S'aggiunse un'altra peste dalla parte del Ponente, narrata dal suddetto Liutprando, dalla Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital.] e da altre antiche storie. Racconta esso Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 1.], che alcuni anni prima di questo venti soli Saraceni di quei di Spagna, in una piccola barca portati dalla tempesta, approdarono ad una villa posta in Italicorum, Provincialumque confinio, chiamato Frassineto. Questo luogo il mettono alcuni nella Provenza; il padre Beretti [Beretti, Dissert. Chorogr., tom. 10 Rer. Italic.] lo crede situato fra Nizza e Monaco nell'Italia. Certo è che non era lungi dal mare, e a portata da poter nuocere sì all'Italia che alla Provenza. Costoro entrativi di notte, scannarono quanti cristiani ivi si ritrovarono, ed impadronitisi della villa, con folte boscaglie e spineti si fecero un sicuro argine e rifugio in un monte contiguo. Di là cominciarono ad infestare e saccheggiar i luoghi circonvicini: e chiamati dalla Spagna altri non pochi della lor setta, a poco a poco si renderono formidabili a tutti gli abitanti di quelle contrade, e divenne come inespugnabile quel loro nido. Contribuirono anche gli stolti paesani ad accrescere la loro bestiale insolenza, perchè regnando la dissensione fra i popoli della Provenza, l'una parte li chiamava in aiuto per deprimere l'altra, e tutti infine rimasero distrutti da questi ospiti, nemici del nome cristiano. Ora comparivano costoro in Provenza, ora volavano nel regno di Borgogna, ed ora si spargevano per le contigue parti dell'Italia. Arrivarono dipoi, siccome a suo luogo vedremo, sino ad Aiqui nel Monferrato, ed in quest'anno passarono fino alla Novalesa sopra Torino, con saccheggiare ed abbruciare quel riguardevolissimo monistero. Presentita la lor venuta, Donniverto abbate co' suoi monaci e col tesoro ebbe tempo di fuggirsene, e da mettersi in salvo nella città di Torino. Per testimonianza della suddetta Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital., p. 731.], hoc tempore in taurinensi civitate translatio facta est sancti Secundi martyris, qui fuit dux Thebeorum legionis, facta a domno Wilielmo episcopo anno Incarnationis dominicae DCCCCVI. Hic composuit passionem sancti Salvatoris cum tribus responsoriis. Et ab apostolico romanae sedis, et cunctorum episcoporum, qui in sancta synodo convenerant, tribus annis ob poenitentiae causam ab episcopatu suspensus est.


DCCCCVII

Anno diCristo DCCCCVII. Indizione X.
Sergio III papa 4.
Lodovico III imperadore 7.
Berengario re d'Italia 20.

Seguito io a notar gli anni di Lodovico III imperadore, quasichè quell'orbo principe continuasse a tener qualche dominio in questi parti. Ma dappoichè la mala fortuna il colse in Verona, la verità è, che di lui non si fece più conto alcuno in Italia, e cessò di comparire il suo nome negli atti pubblici. Ritenne egli nondimeno il titolo d'imperadore nella sua Provenza, finchè visse, ma senza giurisdizione alcuna in Roma, e molto meno nel regno d'Italia. Probabil cosa è che in quest'anno a papa Sergio III ruscisse di ridurre a perfezione la fabbrica della già caduta patriarcal basilica lateranense. È da stupire come il cardinal Baronio niuna menzione abbia fatto di questa impresa, gloriosa alla memoria d'esso pontefice. Forse il mal animo ch'egli portava contra di Sergio, non glielo lasciò avvertire, ancorchè il Sigonio diligentemente l'avesse notato prima [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.]. Onde poi avesse egli tratta questa notizia, non appariva. Ma avendo il padre Mabillone [Mabill., Append. ad Ord. Rom.] dato alla luce un opuscolo di Giovanni Diacono juniore, ora abbiamo il fonte di una tal verità. Già vedemmo nel concilio di Ravenna, tenuto nell'anno 898, rammemorata la caduta di quell'insigne basilica, per la fabbrica della quale si affaticava papa Giovanni IX. Scrive esso Giovanni Diacono che la medesima andò in rovina a' tempi di Stefano sesto papa, et fuit in ruinis dissipata et comminuta usque ad tempus, quo revocatus est domnus Sergius presbyter et electus de exsilio, et consecratus est Romanorum, tertius praesul. Parole, dalle quali sempre più vegniamo ad intendere, che Sergio non fu un usurpatore del soglio pontificio, come suppone esso cardinal Baronio, i cui Annali, non si può negare, si trovano circa questi tempi confusi e difettosi non men per la cronologia de' papi e degl'imperadori, che per gli falli dall'ora. Seguita a dir quello scrittore: Post ordinationem igitur suam domnus Sergius III papa tristabatur nimium super desolationem, nobilissimi hujus templi. Non enim erat spes neque solatium de restauratione illius. Quumque omnibus esset desperatio de ejus desolatione, et humanum deesset auxilium: ad divinae pietatis conversus juvamen, in qua semper habuit fiduciam, incipiens ab antiquis laborare fundamentis, fine tenus opus hoc consummavt, et decoravit ornamentis aureis et argenteis. Va poi quello storico annoverando ad uno ad uno quegli ornamenti, conchiudendo con queste parole il suo ragionamento: Haec omnia devotus tibi praeparavit, et non cessabit, dum spiritus ejus rexerit artus, praeparare et offerre tibi domnus Sergius papa tertius: il che ci fa conoscere che il suddetto autore vivea e scriveva in questi tempi. Se fosse stata composta e fosse arrivata fino a' dì nostri la vita di papa Sergio, tengo io per fermo che il troveremmo ben diverso da quello che troppo facilmente suppose e pretese il padre degli Annali ecclesiastici.

In questi tempi, secondo le storie germaniche [Continuator Rheginonis et alii.] portarono gli Ungheri la desolazione alla Baviera. Vennero con loro alle mani i Cristiani di quella contrada, ma ne restarono sconfitti, e di loro fu fatta una terribile strage. Dilettavasi non poco circa questi tempi Atenolfo principe beneventano di soggiornare in Capoa, antica patria e dominio suo [Anonymus Salernit., Paralipom., P. I tom. 2 Rer. Ital., p. 296.]. Lasciava egli per governatore di Benevento Pietro vescovo di quella città, come persona, di cui si fidava assaissimo. Una fazion di Beneventani poco contenta del governo di Atenolfo, si servì di questa occasione per tentar l'animo del vescovo, offrendogli il dominio della città e del principato. Non accettò egli l'offerta, ma neppur la sprezzò, e tutto tenne nascosto ad Atenolfo. Ma questi ne fu avvertito dalla fazion d'altri che gli era fedele; e perchè non cessava questa mena, all'improvviso Atenolfo cavalcò a Benevento, imprigionò alcuni de' congiurati, e cacciò in esilio il vescovo che si ritirò a Salerno, dove Guaimario II, principe nemico d'Atenolfo, con onore l'accolse, e da lì innanzi, finchè visse, generosamente il mantenne a tutte sue spese. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. 5 in Episcop. Astens.] una bolla di Sergio papa in favore del capitolo de' canonici d'Asti, fondato in questi tempi da Audace vescovo, data in mense majo, Indictione decima, anno, Deo propitio, pontificatus domni Sergii summi pontificis IV, che appunto cade nell'anno presente; il che fa conoscere quanto sbagliasse il cardinal Baronio negli anni di Sergio III. Ma certo dovea dormire l'Ughelli, quando, dopo aver confessato che Audace vescovo d'Asti fu posto in quella cattedra nell'anno 904, vuole con questa bolla correggere Anastasio bibliotecario e il Baronio, i quali mettono la morte di Sergio II papa nell'aprile dell'anno 847, quum ex hoc diplomate constet Sergium II mense majo decimae Indictionis adhuc in vivis fuisse, quasichè Sergio III fosse Sergio II. Abbiam di grandi obbligazioni all'Ughelli, ma sarebbe da desiderare che la sua Italia sacra fosse interamente rifatta da capo a piedi, come in Francia si fa della Gallia sacra de' Sammartani, essendo ben da lodare la ristampa e correzione fattane dal signor Coleti, ma non bastando questa al bisogno.


DCCCCVIII

Anno diCristo DCCCCVIII. Indizione XI.
Sergio III papa 5.
Lodovico III imperadore 8.
Berengario re d'Italia 21.

Cosa vergognosa era che i Saraceni si fossero annidati presso al Garigliano in sito tutto circondato dagli stati di principi cristiani, e pur continuassero a quivi abitar con tanta pace, e senza che alcun li turbasse, anzi con turbar eglino e desolare tutto il vicinato. Abbiamo nulladimeno da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 50.] che Atenolfo principe di Benevento e di Capoa, uomo di gran senno, presso a poco circa questi tempi volle tentare, se si fosse potuto snidar di colà quella razza d'iniqui masnadieri. Fatta pertanto lega con Gregorio duca di Napoli, e con gli Amalfitani, popoli allora indipendenti da Napoli, e che si eleggevano anch'essi il loro duca, e contribuendo tutti la lor quota di gente, unì un buon esercito e marciò contra di essi Mori. Formato un ponte di navi vicino al traghetto sopra il fiume Garigliano, e venuto di qua, cominciò la guerra. Ma una notte, mentre i suoi facevano poco buona guardia, uscirono dai lor trinceramenti i Saraceni, e assistiti dai perfidi cittadini di Gaeta diedero addosso al corpo avanzato dei collegati con ucciderne molti, e inseguir gli altri fino al ponte. Quivi fecero testa i Cristiani con tal vigore, che obbligarono il nemico a retrocedere in fretta verso i suoi alloggiamenti. Di più non ne dice Leone Ostiense: segno che dovette sfumare in nulla questo sforzo di Atenolfo. Ma ancor di qui si conosce che i tanti guai recati dagli Africani per tanti anni a quelle contrade d'Italia in buona parte son da attribuire alla poca armonia, anzi discordia di que' popoli e principi cristiani, e, quel che è peggio, alla malvagità d'alcuni; perchè mai non mancò fra essi chi proteggesse ed anche aiutasse quegli assassini, per profittar del guadagno ch'essi facevano colla rovina degl'infelici ed innocenti popoli. Non si sa se in questo anno gli Ungheri facessero scorreria alcuna in Italia. Egli è ben certo, secondo il Continuatore di Reginone, con cui va d'accordo Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chron. edition. Canisii.], che costoro devastarono la Sassonia e la Turingia, perchè non passava anno che questa maledetta schiatta non portasse la desolazione a qualche provincia cristiana. In quest'anno ancora, oppure nel seguente, per quanto si ricava dalla Cronica arabica cantabrigense [Chron. Arab., P. II, tom. 1, Rer. Ital.], fu mandato in Sicilia dal re de' Mori d'Africa un nuovo emir, ossia generale di armata, il quale raunato un esercito di Siciliani e di Mori, s'impadronì della città di Taormina nel dì primo d'agosto, giorno di domenica. Ma il dì primo d'agosto nè in quest'anno, nè nel seguente cadde in domenica. Nella Cronica del monistero di Volturno si legge [Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1, Rer. Ital., pag. 415.]: Civitas Rhegium a filio regis Afar capta est. Urbs Taurimenis capta est a Saracenis. Rex vero Africes super Cosentiam residens noctu quodam Dei judicio mortuus est. Non son così corte tali notizie, che non possano darci qualche lume per la storia della Sicilia e della Calabria.