DCCCCIX

Anno diCristo DCCCCIX. Indizione XII.
Sergio II papa 6.
Lodovico III imperadore 9.
Berengario re d'Italia 22.

Veggendo Atenolfo principe di Benevento che non bastavano le forze sue a sterminare i Saraceni, divenuti da gran tempo insoffribili per la loro permanenza al Garigliano, giacchè costoro riceveano rinforzi dalla parte del Mediterraneo: al che egli non avea riparo, nè potea far capitale degli aiuti de' Napoletani, i quali navigavano con più bandiere, e molto men de' Gaetani che davano braccio a quella canaglia: si avvisò di ricorrere a Leone il Saggio imperadore d'Oriente, per implorare soccorso da lui. A tal fine intorno a questi tempi spedì a Costantinopoli [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 52.] il suo primogenito e collega nel principato Landolfo, con rappresentargli tutti i malanni sofferti da' Cristiani in tanti anni addietro per cagion dei Saraceni, e con supplicarlo d'inviare una potente armata per estinguere una volta questo incessante incendio. Ebbe piacere il greco Augusto di sì fatta richiesta, e più di chi la portò; perchè si lusingò che fosse venuto il buon vento di rimettere in vigoria l'antica sovranità degli imperadori greci nel principato di Benevento, che sotto gl'imperadori carolini avea fatto naufragio. Promise tutta l'assistenza a Landolfo, e ordinò che si allestisse un'armata navale per questa spedizione. Nell'anno presente, per attestato degli Annalisti tedeschi [Continuator Rheginensis, Hermannus Contractus, in Chronico. Annalista Saxo.], gli Ungheri sfogarono la lor crudeltà contra dell'Alemagna, ossia della Svevia. Può essere che il re Berengario, adoperando il buon segreto dei regali, tenesse questa mala gente lungi dall'Italia. Tuttavia, se non ci vennero, era continuo il timore che ci venissero. Riccardo Cluniacense nella sua Cronica [Richardus. Cluniacensis, in Chron.] asserisce (quanto a me, io credo senza fondamento) che costoro fere quotannis, quasi ogni anno venivano a visitar l'Italia per radere quello che era restato intatto negli anni precedenti. Comunque sia, i popoli della Lombardia cominciarono da lì innanzi a fortificar le loro città e castella, giacchè, per attestato di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 6.], omnia Hungari regni (italici) loca saeviendo percurrunt. Neque erat qui eorum praesentiam, nisi munitissimis forte praestolaretur locis. Altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXVI.] ho io provato che verso questi tempi appunto il re Berengario concedette licenza a Risinda badessa della Posterla in Pavia di fabbricar delle castella nelle tenute del suo monistero, ad Paganorum deprimendas insidias, e insieme pro persecutione et incursione Paganorum. Anche Adalberto vescovo di Bergamo ottenne dal medesimo re di poter fortificare quella città che era minacciata maxima Suevorum Ungarorum incursione. E sotto lo stesso re i canonici di Verona concederono la facoltà di far delle fortificazioni al castello di Cereta pro persecutione Ungarorum. Altri simili esempli ci vengono somministrati dalle memorie rimaste negli archivii.


DCCCCX

Anno diCristo DCCCCX. Indizione XIII.
Sergio III papa 7.
Lodovico III imperadore 10.
Berengario re d'Italia 23.

Fra le giunte da me fatte alla Cronica casauriense [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2, Rer. Ital.] abbiamo un placito tenuto sotto quest'anno nel mese di novembre in un luogo appellato Corneto da Waldeperto, chiamato vicecomes Alberici marchionis. Per quanto si può scorgere, questo luogo era situato nel distretto di Cività di Penna, che nei tempi d'allora apparteneva alla marca di Camerino, perchè v'intervengono Scabini de Pinne. Veniamo perciò a comprendere chi fosse allora marchese della marca di Camerino, ciò un Alberico. E da tal notizia prendono lume i versi del poeta panegirista di Berengario [Anonymus, in Paneg. Berengarii, lib. 2.], il quale fra gli altri che condussero soldatesche in rinforzo di Guido allora re d'Italia contra del re Berengario nell'anno 888, oppure nell'889, annovera ancora Alberico, con dire:

. . . . . . . Pariterque cohors camerina superbit

Munere natorum, subigitque in bella sodales