Però il padre Pagi, che il fa creato papa circa il fine di giugno dell'anno precedente, il crede per conseguente morto intorno al dì 3 di febbraio dell'anno presente. Ma il suddetto Frodoardo, col riferire sotto quest'anno la morte di papa Giovanni X carcerato, può far dubitare di questi conti, non essendo probabile che i Romani eleggessero un pontefice novello, se prima non furono accertati che, coll'essere mancato di vita Giovanni, era vacante la sedia di san Pietro. Johannes papa (dice egli) quum a quadam potenti femina, cognomine Marocia, principatu privatus sub custodia detineretur, ut quidam, vi, ut plures astruunt, actus angore defungitur [Idem, in Chronico.]. Che anche Leone VI fosse imprigionato e morisse in carcere, l'ha bensì scritto il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], ma senza addurne autore, o pruova alcuna. Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.] trecento anni prima del Baronio scrisse: De hoc nullae historiae aliqua gesta tradunt, quia modicum sedit, sed quod in pace quievit, nullam tamen tyrannidem exercuit. Ora è fuor di dubbio che a Leone VI nel romano pontificato succedette Stefano VII, le cui azioni restano tuttavia seppellite nel buio di quell'ignorante secolo. Abbiamo poi dal suddetto Frodoardo che in questi tempi viae Alpium a Saracenis obsessae, a quibus multi Romam proficisci volentes, impetiti revertuntur. Venivano questi malanni ed impedimenti dai Saraceni, che s'erano ben fortificati nel luogo di Frassineto ai confini dell'Italia e Francia, da dove infestavano tutte le circonvicine provincie. Non si sa bene l'anno preciso, in cui Guido duca di Toscana passò da questa all'altra vita. Tuttavia giacchè Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.], dopo aver narrata la morte di Giovanni X papa, scrive: Wido vero non multo post moritur, fraterque ejus Lambertus ipsi vicarius ordinatur; si può fondatamente conietturare che in quest'anno succedesse il fine dei suoi giorni. In luogo d'esso fu creato duca di Toscana Lamberto suo fratello. Noi troviamo in Pavia il re Ugo nel mese di maggio, ciò apparendo da un suo diploma [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episc. Parmens.] spedito in favore di Sigefredo vescovo di Parma e della sua chiesa. IV idus maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIX, regni vero domni Hugonis piissimi regis quarto (più probabilmente tertio) Indictione II, Actum Papiae. Landolfo principe di Benevento e di Capoa, tuttochè creato patrizio dagli imperadori greci, ebbe di quando in quando delle liti con essi, e fece lor guerra. In questo anno ancora per attestato di Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.], unitosi egli con Guaimario II, principe di Salerno, guerreggiò contro i Greci, ciò apparendo dalle parole di quello scrittore: Anno 929, Indictione II, Pandulphus (vuol dire Landulphus) et Guaimarius principes Langobardorum intraverunt Apuliam, dove i Greci erano specialmente padroni di Bari. Abbiamo inoltre dalla Cronica arabica [Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che Saclabio generale de' Saraceni in Sicilia, il quale nel precedente anno avea presa Zarmina, in questo excursionem fecit usque ad Alancaberdam (si crede che voglia dire Langobardiam, cioè il ducato beneventano), et multos captivos cepit, nullam tamen civitatem expugnavit. Inducias tamdem unius anni fecit cum Calaurensibus.
DCCCCXXX
| Anno di | Cristo DCCCCXXX. Indiz. III. |
| Stefano VII papa 2. | |
| Ugo re d'Italia 5. |
Non ha la storia d'Italia, se non Liutprando, che abbia con qualche estensione parlato dei fatti d'Ugo re d'Italia. Ma ne parla egli senza assegnarne i tempi, anzi talora confondendo l'ordine dei tempi. Sarà perciò a me lecito di rapportar sotto il presente anno la congiura fatta in Pavia contra del re Ugo da Gualberto e da Everardo soprannominato Gezone [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 10.]. Erano essi due giudici di quella città, ma prepotenti per la loro nobiltà, ricchezze e aderenze. Il primo avea avuto un figliuolo appellato Pietro, vescovo di Como, e una figliuola per nome Raza maritata in Gilberto conte del sacro palazzo. Gezone era una sentina di vizi. La cagion non si sa: un dì fecero costoro adunanza di gente con pensiero di andare addosso al re, che vivea senza sospetto alcuno. Tanto tardarono, che Ugo fu avvertito della mena, e da uomo scaltro mandò a dir loro le più belle parole del mondo, esibendosi pronto a correggere, se v'era cosa che lor dispiacesse. Con ciò restò quetata la foga dei due congiurati, ma non cessò l'animo loro perverso di macchinar contro la vita del re, seppure lo astuto Ugo non finse quest'ultima partita per liberarsi da chi avea nudrito sentimenti sì perniciosi contro la di lui corona e vita. Facendo egli vista di non curar questi movimenti, uscì un giorno di Pavia, e andato in altre città, fece venire a sè varie brigate de' suoi soldati, e specialmente Sansone uomo di gran potenza e nemico dichiarato di Gezone. Ugo fu consigliato da lui di tornarsene in Pavia; e perciocchè costumavano i nobili Pavesi, allorchè il re ritornava, di uscirgli incontro fuori della città, gli disse essere necessario di ordinare segretamente a Leone vescovo di Pavia, nemico anch'esso di Gezone, di serrare, uscita che fosse la nobiltà, le porte d'essa città, e di ben custodire le chiavi, acciocchè niuno potesse rientrarvi. Così fu fatto. E Gualberto e Gezone restarono colti in questa maniera, e i loro seguaci. Il primo pagò colla testa i suoi debiti; a Gezone furono cavati gli occhi e tagliata la lingua, perchè avea sparlato del re; il fisco tese le unghie a tutti i loro tesori; e ai complici di costoro toccò una disgustosa prigionia. Questo colpo servì ad accrescere la riputazion del re Ugo, e a farlo temere e rispettare, non solo in Pavia, ma per tutto il regno: il che non avea saputo fare in addietro il buon imperador Berengario. Un diploma del re Ugo, dato in Pavia nel settembre di quest'anno in favore di Sigefredo vescovo di Parma, fu da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 935.]. Secondo la Cronica arabica di Sicilia [Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], Saclabio generale de' Saraceni in questo anno excursione in Calauriam facta, cepit arcem, cui nomen Termulah, et abduxit captivorum duodecim millia. Intanto convien confessare che in questi tempi, ancorchè l'Italia godesse comunemente la pace, pure assai deforme era il suo volto, perchè le belle arti, le scienze, la pulizia da gran tempo ne erano bandite, e una somma ignoranza regnava dappertutto, non solamente fra i laici, che per lo più non possedevano libri, troppo cari allora perchè manoscritti, ma anche fra gli stessi ecclesiastici, e fino tra i monaci, che pure in molti luoghi mantenevano l'uso di trascrivere essi libri. Per cagion di questa ignoranza, e per gli esempli de' viziosi che erano cresciuti a dismisura, si aumentò di molto la corruzion de' costumi, e ne patì la religione stessa, divenuta, per così dire, materiale senza spirito. Non già che nascessero eresie, perchè il popolo e i pastori della Chiesa tenevano saldo quel che aveano appreso della fede cristiana; ma perchè pochi leggevano le divine Scritture; e il non udire inculcata nelle prediche la parola di Dio e le sue gran verità, lasciava libero il campo ai vizii e alle superstizioni: che tali erano il duello, e varie altre prove appellate giudizii di Dio, ed inventate per iscoprire, come scioccamente si credeva, la verità delle cose, e l'innocenza o reità delle persone, per tacere altre cose. Allora ancora più che mai si spacciarono miracoli falsi; si formarono varie leggende di santi, che oggidì si scorgono favolose; e però andò in decadenza anche la disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri, massimamente perchè que' sacri luoghi venivano divorati dai principi, e dati in commenda ad abbati anche secolari e scandalosi; e i vescovi, e fin gli stessi romani pontefici, più a distruggere, che ad edificare erano rivolti, stante la voga in cui cominciò ad essere la simonia, l'incontinenza, il dover andare alla guerra, per nulla dire di tanti altri disordini di questi secoli barbarici, non taciuti dal cardinal Baronio.
DCCCCXXXI
| Anno di | Cristo DCCCCXXXI. Indiz. IV. |
| Giovanni XI papa 1. | |
| Ugo re d'Italia 6. | |
| Lottario re d'Italia 1. |
Per maggiormente assicurarsi la corona sul capo e conservare ne' suoi discendenti il regno d'Italia, il re Ugo dichiarò in quest'anno collega e re Lottario suo figliuolo, natogli da Alda sua moglie defunta; e concorsero coi lor voti in questa elezione tutti i principi e baroni nella dieta del regno. Credette il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] che ciò seguisse nell'anno 932. All'incontro Girolamo Rossi [Rubeus, Istor. Ravenn., lib. 5.] asserì che questo principe fu promosso alla dignità regale nell'anno precedente 930, per aver veduto nell'archivio di Ravenna strumenti scritti, dice egli, in quell'anno col regno di Ugo e Lottario. Prese il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] con ambe le mani una tale asserzione, e la stabilì per cosa indubitata. Ma s'egli avesse fatto mente a tanti altri documenti che restano di Ugo e Lottario, si sarebbe anche egli trovato confuso, come son io, in accertare il principio del regno di Lottario. Vero è che dal signor Sassi [Saxius, in Not. ad Sigon., de Regno Ital.] bibliotecario dell'Ambrosiana sono allegate varie memorie indicanti conferito il titolo regale a Lottario nell'anno 930. Ma egli stesso ne accenna dell'altre che cominciano il regno di lui nell'anno presente, con aver anche immaginata una lodevol maniera di sciogliere questo gruppo, supponendo due epoche diverse di Lottario, la prima dell'elezione, e la seconda della coronazione. È ingegnoso il trovato; ma se ci erano popoli che non riconoscevano il re d'Italia, se non dappoichè egli era coronato, e se la coronazione fu di tale importanza che recava il compimento all'essenza dei re in quei tempi: non si saprà sì facilmente intendere come dopo l'elezione si differisse cotanto il prendere la corona. Io per me confesso di aver qualche diffidenza dei documenti che mettono il cominciamento del regno di Lottario nell'anno 930. I diplomi scritti con lettere d'oro non sono in molto credito presso di me; non mancano carte false negli archivii; e le legittime per colpa o de' secondi notai, o de' copisti, o degli stampatori, non di rado sono giunte a noi con delle slogature. Ora ancorchè n'abbia anch'io veduto di quelle, dalle quali si può arguire innalzato al trono regale Lottario nell'anno 930, ed alcuna per avventura se ne legga nelle mie Antichità italiche; pure così abbondante è il numero di quelle che mettono il principio del suo regno nell'anno presente 931, che più sicuro tengo il fermarmi in questa opinione. Ho io pubblicato un bel placito [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI et X.], cioè uno de' più certi monumenti dell'antichità, tenuto in Pavia stessa, anno regni domni Hugoni et Lotharii filio ejus gratia Dei reges, Deo propicio, domni Hugoni decimo, Lotharii vero quinto, XIV kalendas octobris, Indictione nona, cioè nell'anno 935. Un altro placito si vede tenuto in Lucca, anno domini Ugoni quintodecimo, domni Lotharii vero decimo, hoctavo kalendas aprilis, Indictione quartadecima, cioè nell'anno 941. Il primo ci fa conoscere Lottario nel settembre dell'anno 931 re, e il secondo cel mostra non per anche re nel marzo dello stesso anno. Nell'archivio dei canonici di Modena uno strumento fu scritto, Domnus Hugo, et Lothario filio ejus gratia Dei regis hic in Italia. Domno Hugo anno octavodecimo, et domno Lothario anno terciodecimo, V kalendas januarias per Indictione secunda, cioè nell'anno 943. Adunque neppure nel dì 28 di decembre dell'anno 930 Lottario era salito sul trono. E che neppure nel dì 4 di marzo del 931 egli godesse del titolo regale, si raccoglie da una carta scritta in Lucca anno XIX, regni Lotharii regni, IV nonas martii, Indictione VIII, cioè nell'anno 950. Veggansi altri documenti da me rapportati nelle Antichità italiane [Antiq. Ital., Dissert. IX, XXXIV, XXXVI, LXII, etc.], che neppur nell'aprile dell'anno 931 aveva avuto principio il regno di Lottario. Da queste notizie non discordano le pubblicate dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr.] e dal Margarino [Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.], benchè non sempre esattamente copiati sieno i loro documenti, dimodochè dee parer più sicuro il fissare nell'anno presente il principio dell'epoca del regno di Lottario figliuolo del re Ugo. E tanto più ciò si troverà certo, quanto più si rifletterà ad uno strumento dato alla luce dal padre Tatti [Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.], dove son queste note cronologiche. Ugo gratia Dei rex anno regni ejus in Italia quinto, mense maii, Indictione quinta, cioè nell'anno presente di maggio. Adunque non era per anche in uso epoca alcuna di Lottario prima del corrente maggio. Che poi verso il fine del maggio stesso egli salisse al trono, può ricavarsi da una carta pecora dell'archivio del monistero milanese di santo Ambrosio, scritta Hugo et Lothario filius ejus divina ordinante providentia regis anno regni praedicto Hugoni quinto, Lotharii primo, mense magio, Indictione quarta. Credesi che in quest'anno mancasse di vita Lamberto arcivescovo di Milano. Quel clero e popolo si figurava di poter eleggere, secondo l'inveterato costume, dal grembo de' suoi parrochi o canonici nazionali il successore; ma i maneggi e la potenza del re Ugo s'interposero, e furono obbligati ad eleggere per quella cattedra uno straniere. Questi fu Ilduino franzese, parente del medesimo re, che eletto già vescovo di Tongres in concorrenza di un altro, soccombendo nella contesa, era negli anni addietro venuto a cercar migliore fortuna in Italia [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 11.]. Essendo venuto meno nell'anno 928 Noterio ossia Notecherio, vescovo di Verona, tanto si adoperò il re Ugo, che istallò in quella sedia Ilduino, oppure gliene fece solamente godere le entrate. Ma non terminò l'ambizione di questo prelato, nè la politica del re Ugo, a cui premeva di avere un arcivescovo di Milano tutto suo: sebben pare che Raterio, di cui parleremo, metta in dubbio la volontà del re stesso in questo affare. Certo è che Ilduino passò dalla chiesa di Verona alla più insigne e più pingue ambrosiana; giacchè più non si badava ai canoni che vietavano le traslazioni de' vescovi. Aveva egli, allorchè venne in Italia, condotto seco Raterio monaco di Liegi, uomo celebre in questi tempi ob religionem, septemque artium liberalium peritiam, come dice Liutprando, di cui avremo occasion di parlare andando innanzi. Fu spedito lo stesso Raterio a Roma [Ratherius, in Epist., in Spicileg. Dacherii.], per ottenere dal sommo pontefice l'approvazione dell'arcivescovato d'Ilduino e il pallio. Riuscì felicemente in questo negoziato il valente monaco, e non dimenticò i suoi propri affari, perchè, per confessione sua, insieme col pallio e colle bolle pontificie in favor d'Ilduino allatae sunt et literae domni papae tunc temporis Johannis gloriosae indolis, quibus continebantur ejusdem preces, totiusque romanae ecclesiae, uti ego Veronensibus darer episcopus. Perciò o nell'anno presente, o nel susseguente, dovette Raterio entrare in possesso della chiesa di Verona.
Ma avendo noi udito che questo monaco portò lettere di Giovanni papa, convien ora raccontare che in quest'anno cessò di vivere Stefano VII papa, di cui Frodoardo scrive così [Frodoardus, de Roman. Pontificib.]: