| Anno di | Cristo DCCLIII. Indizione VI. |
| Stefano II papa 2. | |
| Costantino Copronimo imperadore 34 e 13. | |
| Leone IV imperadore 5. | |
| Astolfo re 5. |
Continuarono le vessazioni del re Astolfo contra del ducato romano; e forse nell'anno presente, piuttosto che nel precedente, arrivò a Roma Giovanni silenziario, spedito dalla corte di Costantinopoli [Anastas., in Steph. II Vita.], che portava lettere dell'imperadore assai premurose a papa Stefano II per la conservazione degli stati, ed altre esortatorie al re Astolfo, acciocchè volesse restituire al romano imperio gli usurpati luoghi. Non perdè tempo il pontefice ad inviare il ministro imperiale in compagnia di Paolo Diacono suo fratello ad Astolfo, allora dimorante in Ravenna. A nulla servì questa spedizione. La risposta del re fu ch'egli intendeva di spedire un suo messo alla corte imperiale, per informar l'imperadore e trattar seco di questi affari, siccome egli in fatti eseguì. A questo avviso Stefano papa mal contento di simile sutterfugio, anch'egli inviò messi e lettere a Costantinopoli, con pregar l'Augusto sovrano che, a tenore di tante promesse già fatte, mandasse un esercito in Italia, capace non solo di difendere il ducato romano dai Longobardi, ma eziandio di liberare dalle lor mani l'Italia tutta: memorie ed azioni chiaramente comprovanti che Roma non s'era levata in addietro dalla ubbidienza de' greci imperadori, e che essi godevano tuttavia l'attual possesso e dominio di quella gran città e del suo ducato. Accrebbe intanto il re Astolfo le sue minacce contro del popolo romano, con dire che se non consentivano alla di lui volontà, gli avrebbe tutti messi a fil di spada. Però il santo pontefice attese in questi tempi coi Romani ad implorare la divina misericordia con orazioni e processioni di penitenza, in una delle quali portò appeso alla croce lo scritto di quei patti violati dal re longobardo. Ma vedendo in fine che a nulla giovavano le preghiere e gl'innumerabili regali inviati al re Astolfo, ricevuto anche avviso dalla corte cesarea che dall'imperadore non era da sperare soccorso alcuno: allora fu che dall'Oriente rivolse i suoi pensieri all'Occidente; e seguitando l'esempio de' suoi predecessori, cioè dei due ultimi Gregorii e di Zacheria, che erano ricorsi a Carlo Martello, non già re de' Franchi, come scrive Anastasio, ma direttore del regno dei Franchi, segretamente inviò lettere per mezzo di un pellegrino al re Pippino, implorando l'aiuto suo in mezzo a tante angustie. Spedì Pippino in Italia Drottegango abbate di Gorizia, per assicurare il papa di tutta la sua prontezza a soccorrerlo; e da lì a non molto inviò Crodegango vescovo di Metz ed Autcario duca, che invitarono il papa al viaggio di Francia. Arrivò in questo frangente ancora da Costantinopoli Giovanni, silenziario imperiale, con ordine al papa di portarsi al re Astolfo, per intimargli la restituzion di Ravenna e delle città da essa dipendenti. Chiesto poi passaporto ad esso re Astolfo, il pontefice, in compagnia del medesimo imperiale ministro e de' messi del re dei Franchi, nel dì 14 di ottobre dell'anno presente, accompagnato da molti Romani e dal pianto dei popoli, si mise in viaggio alla volta di Pavia, dove il duca Autcario a lui preceduto lo aspettava. Era già egli vicino a quella città, quando comparvero messi, inviati dal re Astolfo, per vivamente pregarlo di non muovere parola intorno alla restituzione dell'esarcato; ma il papa protestò che non desisterebbe dal farlo. E in fatti arrivato a Pavia, dopo avere regalato copiosamente il re, il tempestò con preghiere e lacrime, acciocchè restituisse il mal tolto. Altrettanto fece l'ambasciatore imperiale, allorchè presentò al re le lettere dell'augusto suo padrone. Ma non piacendo una tal sinfonia all'ostinato re, si sciolsero in fumo tutti questi maneggi. Fece ancora quanto potè Astolfo per impedire l'andata del papa in Francia; ma per timore dei ministri presenti del re Pippino, benchè fremendo, il lasciò partire. Pertanto il pontefice nel dì 15 di novembre, presi seco alquanti del suo clero, con due vescovi s'incamminò verso l'Alpi; ma per istrada avvertito che il re pentito d'avergli data licenza, era dietro ad attraversare il suo viaggio, sì frettolosamente cavalcò colla sua brigata, che arrivò alle Chiuse, cioè ai confini della Francia, dove ringraziò Dio di vedersi in salvo. Giunse dipoi al monistero agaunense di san Maurizio ne' Vallesi, dove il concerto era che seguirebbe l'abboccamento col re Pippino; ma colà essendo arrivati Fulrado arcicappellano di esso re, e Rotardo, duca, il pregarono di continuare il viaggio sino alla villa regale di Pontigone, perchè quivi il re avea destinato di accoglierlo. Venne poscia ad incontrarlo il principe Carlo primogenito del re; poscia tre miglia lungi dal palazzo della villa suddetta Pippino stesso colla moglie e coi figliuoli fu a riceverlo, ed immantinente smontato da cavallo, addestrò a' piedi per un certo tratto di via il santo padre, e condusselo al prefato palazzo nel dì 6 di gennaro dell'anno seguente.
In questi tempi, giacchè il re Astolfo avea donato ad Anselmo abbate suo cognato un luogo deserto nel contado di Modena, appellato Nonantola, di là dal fiume Panaro, e dove esso abbate coi suoi monaci avea già fabbricata una chiesa con un ampio monistero, fu esso tempio consecrato da Geminiano vescovo di Reggio e susseguentemente da Sergio arcivescovo di Ravenna per ordine di papa Stefano, come s'ha dalla vita del medesimo sant'Anselmo, rapportata dall'Ughelli [Ughell., Italic. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.] e dal padre Mabillone [Mabill., Saecul. IV Benedictin., Part. 1.]; se pure non v'ha delle favole mischiate col vero. Dopo di che bramando Anselmo di ottenere dal romano pontefice il corpo di s. Silvestro, per maggiormente nobilitare il suo monistero, indusse il re Astolfo ad andar seco a Roma per impetrargli sì prezioso regalo. Colà giunti il re e l'abbate, e benignamente accolti dal papa, ottennero quanto desideravano, ed inoltre una bolla del medesimo papa Stefano, in cui si asserisce donato all'abbate Anselmo il corpo di s. Silvestro papa con altre reliquie. Quivi parimente si legge che esso pontefice esentò dalla giurisdizione del vescovo di Modena e di ogni altro prelato il monistero nonantolano. Questa è data nell'Indizione sesta, a dì 13 di gennaio dell'anno primo di esso Stefano papa. In essa bolla viene specificata la venuta a Roma del re Astolfo, e che allora si teneva dal papa un concilio, dove anche intervenne Sergio arcivescovo di Ravenna. Ma non ho io saputo finora persuadermi della legittimità di essa bolla, perchè indirizzata ai vescovi e cristiani Deo deservientibus regno italico, et patriarchatu romano; ed Astolfo chiamato rex italici regni: formole che dubito non usate in que' tempi. Da questa sola vita abbiamo un Geminiano vescovo allora di Reggio. Ma difficilmente si può credere un vescovo di tal nome in quella città, essendo questo nome piuttosto di un vescovo di Modena; e noi abbiamo da sicuri documenti che circa questi tempi fiorì Geminiano II vescovo di Modena. Di quel concilio romano non v'ha vestigio alcuno nella storia ecclesiastica. Ma, quel ch'è più, non si può accordare con quanto abbiam veduto finora l'andata del re Astolfo a Roma nel gennaio del presente anno. Già era cominciata la discordia e guerra fra esso re e i Romani: come mai figurarsi un sì pacifico ingresso d'Astolfo in Roma, e ch'egli fosse in quella bolla appellato piissimus rex, quando ci vien descritto solamente per iniquo e perfido dalla storia romana d'allora? Tralascio ciò che ivi è scritto intorno alle chiese battesimali, ed altre cose degne di riflessione. Per altro che fosse trasportato a Nonantola il corpo di san Silvestro, ciò vien asserito in alcuni antichi diplomi d'essa badia, la quale in poco tempo divenne una delle più insigni e ricche d'Italia, siccome vedremo. Se poi l'intero corpo di quel santo pontefice, o pure una sola parte toccasse a Nonantola, lasceremo disputare a chi lo pretende tuttavia a Roma nel monistero di s. Martino de' Monti. Certamente nella sedicesima lettera del Codice Carolino, scritta pochi anni dopo da papa Paolo al re Pippino, si legge di s. Silvestro: Cujus sanctum corpus in nostro monasterio a nobis reconditum requiescit, ec. Justum perspeximus, ut sub ejus fuisset ditione, ubi ipsum reverendum corpus requiescit. Altrettanto si ha da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Pauli I Papae Vita.] e da una bolla del suddetto Paolo I riferita dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 761.]. Però bisogna andar cauto in prestar fede a certi antichi diplomi, perchè ne' secoli barbarici non mancarono imposture, e di questi pochi archivii, per non dire niuno, ne vanno esenti. Abbiamo ancora dalla vita suddetta, che il soprallodato s. Anselmo abate fondò uno spedale per i pellegrini ed infermi, quattro miglia lungi da Nonantola, coll'oratorio di santo Ambrosio, dove, a mio credere, ora è il passo di s. Ambrosio, sulla via Claudia, ossia romana, presso il fiume Panaro. Ne' confini ancora di Vicenza ne fabbricò a sue spese un altro, con porvi dei monaci al servigio pei poveri, ed uno similmente in un luogo appellato Susonia. Talmente in somma il santo abbate si adoperò, che in sua vita sotto il suo governo in varii siti ebbe mille cento quaranta quattro monaci senza i novizii, se dobbiam prestar fede alla Vita suddetta.
DCCLIV
| Anno di | Cristo DCCLIV. Indizione VII. |
| Stefano II papa 5. | |
| Costantino Copronimo imperatore 35 e 14. | |
| Leone IV imperadore 4. | |
| Astolfo re 6. |
Fece Stefano papa in Pontigone le sue doglianze contra dell'usurpatore Astolfo al re Pippino, con iscongiurarlo d'imprendere la protezion de' Romani, e di obbligare alla restituzione il longobardo; e furono ben ricevute le di lui istanze [Anastas., in Steph. II Vita. Annales Francorum.]. Fu dipoi condotto a Parigi, dove da lì a qualche giorno con gran solennità coronò in re di Francia esso Pippino e i suoi due figliuoli Carlo e Carlomanno, con dichiararli ancora patrizii de' Romani, del qual titolo parleremo più abbasso. Quindi è che si veggono tre lettere nel Codice Carolino, scritte ai medesimi suoi due figliuoli col titolo di re, benchè fosse tuttavia vivente Pippino lor padre. Avea spedito esso Pippino i suoi messi ad Astolfo, per esortarlo a rendere all'imperio gli stati occupati; ma nulla servì a fargli mutar pensiero. Però chiamati ad una dieta generale tutti i baroni del regno franzese, sì egli come il papa esposero i bisogni o motivi di unirsi contra del re longobardo, con trovarsi in tutti una mirabil disposizione a prendere l'armi in favore ed aiuto del papa. Arrivò intanto in Francia Carlomanno, fratello dello stesso re, già divenuto, come dicemmo, monaco in monte Casino. Giudicò bene il re Astolfo di muovere questo principe, per isperanza che egli colla sua presenza e facondia appresso il fratello Pippino potesse disturbare le pratiche del pontefice, delle quali forte egli temeva. Notarono gli antichi scrittori che Carlomanno assunse questo viaggio e sì fatta incumbenza per ordine del suo abbate Optato, il quale non potè resistere alle istanze del re Astolfo. Ma giunto a Parigi, ossia ch'egli non si volesse punto riscaldare in favore del re longobardo, oppure che prevalesse alle di lui persuasioni il credito e l'autorità del romano pontefice, certo è ch'egli non potè punto smuovere l'animo del re Pippino dall'imprendere la difesa degl'interessi a lui raccomandati dal papa. Però Carlomanno non curandosi, o non attentandosi di tornare in Italia, oppure, per quanto io credo, impedito dal papa e dal fratello, fu inviato ad abitare in un monistero di Vienna del Delfinato, dove in questo medesimo anno, secondo alcuni storici, oppure nel susseguente, come altri vogliono, terminò in pace i suoi giorni. Per quello che andremo vedendo, si potrà conoscere avere il papa fin da allora intavolato il trattato che Ravenna col suo esarcato fosse donata alla Chiesa Romana, e non già restituita all'imperio romano. Non lasciò il re Pippino di spedire altri ambasciatori ad Astolfo con vive preghiere, perchè s'inducesse pacificamente a rendere gli usurpati paesi. Altre lettere v'aggiunse papa Stefano, con iscongiurarlo di risparmiare il sangue cristiano: ma tutto fu indarno. Infellonito Astolfo, in vece di buone risposte, mandò all'uno e all'altro delle minacciose parole. Il perchè Pippino s'accinse finalmente a far guerra, e spedì alcune delle sue truppe alla guardia delle Chiuse dell'Alpi, ossia de' confini del regno. Accorso colà anche il re longobardo, ed informato che poche fino allora erano le milizie franzesi, senza perdere tempo, fatto aprir le Chiuse, andò ad assalirle. Ma quantunque fusse egli di troppo superiore di forze, pure permise Iddio che i pochi vincessero i molti, in guisa che egli, dopo aver corso pericolo della vita, fu costretto a fuggirsene, con ritirarsi e fortificarsi poi entro Pavia. Arrivato intanto con potente armata il re Pippino, calò in Italia, e giunto a Pavia, vigorosamente si pose all'assedio di quella forte città. Allora lo sconsigliato Astolfo, rientrato in sè stesso, fece segretamente muovere parola di pace, e buon per lui che il misericordioso papa bramava bensì la di lui correzione, ma non giù la rovina; e però abborrendo che si spargesse il sangue cristiano, trasse colle piissime sue ammonizioni il re Pippino ad ascoltar le proposizioni, e non andò molto che seguì fra loro pace, con avere Astolfo sotto fortissimi giuramenti promesso di restituire Ravenna e le altre città occupate, e a tal fine dati ostaggi al re de' Franchi. Tornò in Francia il vittorioso esercito, e papa Stefano a Roma, seco portando la speranza di aver messo fine ai passati disastri. In quest'anno il re Astolfo aggiunse al corpo delle leggi longobardiche quattordici nuove leggi, correndo l'indizione VII, come apparisce dalla prefazione alle medesime, pubblicata dal Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae.], e da me data ancora alle stampe [Rer. Ital., P. II, tom. I.]. Nei medesimi tempi [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.] l'imperador Costantino più che mai furibondo contro le sacre immagini, raunò in Costantinopoli un conciliabolo di trecento trentotto vescovi, al quale non intervenne alcuno del legati delle chiese patriarcali, cioè di Roma, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. Quivi per opera del falso patriarca di Costantinopoli fu pubblicato un editto di non venerar da lì innanzi le immagini di Cristo, della Vergine e dei santi, anzi di atterrarle ed abolirle, come idoli, dovunque si trovassero. Fu in molti paesi eseguito l'empio decreto, e mossa persecuzione contra de' monaci difensori delle medesime, in guisa che la maggior parte d'essi fu obbligata ad abbandonare i propri monisteri e di rifugiarsi in quelle contrade, dove si conservava il culto d'esse immagini, e non giugnevano le braccia dell'iniquo imperadore. Truovasi poi in questo anno Alberto duca governatore di Lucca nelle memorie rapportate dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], essendo egli succeduto a Walperto duca. Un documento, dove esso si truova nominato, l'ho riferito nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. IV, p. 136.].
DCCLV
| Anno di | Cristo DCCLV. Indizione VIII. |
| Stefano II papa 4. | |
| Costantino Copronimo imperadore 36 e 15. | |
| Leone IV imperadore 5. | |
| Astolfo re 7. |