Bisognerà ben credere che Astolfo re dei Longobardi fosse uomo di poca coscienza, ed anche di men giudizio, da che egli non istette molto a calpestare i giuramenti fatti e ad irritar la pazienza del re Pippino, principe di potenza tanto superiore alla sua. Non solamente nulla restituì di quanto avea promesso, ma furibondo sul principio dell'anno corrente, se pur non fu di giugno, unito tutto lo sforzo delle sue armi e del ducato beneventano, passò all'assedio di Roma con dare il guasto ai contorni, asportare i corpi de' Santi ritrovati nelle chiese fuori della città, e tormentare con frequenti assalti la città medesima. Siccome costa dal Codice Carolino, cioè dal carteggio che allora passava tra i romani pontefici e i re di Francia, e come lasciò scritto anche Anastasio, ossia l'autore della vita di papa Stefano II, diede esso pontefice prontamente avviso della prepotenza e perfidia di Astolfo al re Pippino, inviandogli per mare i suoi legati, cioè Giorgio vescovo e Tomarico conte, in compagnia di Guarnieri abbate franzese, che a nome di Pippino si trovava in Roma. Seguitando poi con più furia l'assedio, nè udendosi movimento alcuno de' soccorsi desiderati, scrisse il medesimo pontefice una lettera a nome di san Pietro apostolo ad esso re Pippino, a' suoi figliuoli e a tutta la nazion franzese, rapportata dal cardinal Baronio e dal Codice Carolino, in cui si finge che esso Apostolo li chiami, con quante formole patetiche si seppero trovare, all'aiuto di Roma, promettendo loro per tale azione la vita eterna in paradiso, e minacciando, se nol facevano, l'eterna lor dannazione. Questa lettera, dice l'abbate di Fleury [Fleury, Histoire Ecclesiast., lib. 43, §. 17.], è importante per conoscere il genio di quel secolo, e fin dove le persone più gravi sapevano spingere la finzione, quando la credevano utile. Nel resto essa è piena di equivochi, come le precedenti. La Chiesa vi significa non l'assemblea de' fedeli, ma i beni temporali consecrati a Dio; la greggia di Gesù Cristo sono i corpi e non già le anime; le promesse temporali dell'antica legge sono mischiate colle spirituali del Vangelo; e i motivi più santi della religione impiegati per un affare di stato. Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e l'amore de' beni temporali innata in noi tutti. Ma intorno a questa delicata materia basterà per ora il poco che ho riferito dello storico franzese. Ora noi abbiamo dai continuatori di Fredegario, da Anastasio e da altri, che il re Pippino, raunato un potentissimo esercito si mosse alla volta d'Italia: del che avvertito Astolfo, sciolto l'assedio, lasciò libera Roma, ed accorse colle sue forze alla difesa dei confini dell'Italia, per opporsi ai Franzesi. In questo mentre arrivarono a Roma due ambasciatori spediti dall'Augusto Costantino al re di Francia, cioè Gregorio capo de' segretarii, e Giovanni silenziario, con ordine, per quanto apparisce, di commuovere esso re contra de' Longobardi, e di procurar la restituzione dell'esarcato al romano imperio. Udito poi che già il re Pippino era marciato colla sua armata, se ne stupirono forte, nè lo sapevano credere. Perciò senza perdere tempo, messisi in viaggio per mare, e seco conducendo un messo dato loro dal papa per accompagnarli, in breve pervennero a Marsiglia, dove udendo che già il re Pippino avea valicato l'Alpi, se ne afflissero non poco. Aveano essi, per quanto si può conghietturare, scoperto prima, o certo scoprirono allora, che i negoziati del papa contra de' Longobardi erano, non già in favore dell'imperador loro padrone, ma bensì in profitto del sommo pontefice e della Chiesa romana, alla quale Pippino avea promesso in dono l'esarcato. Per ciò s'ingegnarono in tutte le forme, e colle brusche ancora, di tenere indietro il messo del papa, e in fatti il suddetto Gregorio andando innanzi, trovò Pippino poco lungi da Pavia, e presentate le lettere imperiali, non omise preghiere per indurlo a fare restituire all'imperadore suo padrone le città dell'esarcato, siccome paese a lui usurpato, e su cui non aveano per anche acquistato alcun legittimo diritto i Longobardi, con esibirsi di pagar le spese occorse nella guerra. Ma Pippino in poche parole apertamente gli disse di aver fatto un dono di quella contrada a san Pietro, cioè alla Chiesa romana, e che per tutto l'oro del mondo non cambierebbe mai pensiero. Se i ministri cesarei impugnassero il disegno di questo donativo, come di cosa altrui, nol sappiamo. Solamente si sa ch'essi ministri furono licenziati, senza che ottenessero neppur buone parole.

Intanto posto l'assedio a Pavia, Astolfo si trovò verso il fine dell'anno costretto a chiedere perdono, a pagare gran somma di danaro, e a promettere in forma più stretta di rendere le città al papa, aggiungendo anche alle medesime la città di Comacchio, che dianzi doveva essere del re longobardo, e non già inchiusa nell'esarcato. Allora fu che Pippino, siccome attesta Anastasio, fece una donazione in iscritto di essa città a san Pietro, ossia alla Chiesa romana, ed inviò tosto Fulrado abbate del monistero di san Dionisio a prendere il possesso, con ritornarsene egli intanto in Francia. Andò Fulrado coi deputati del re Astolfo a città per città dell'esarcato e della Pentapoli (segno che tutte erano dianzi venute in potere de' Longobardi), e ricevendone le chiavi e gli ostaggi, coi principali cittadini d'esse passò a Roma, dove sopra l'altare di san Pietro pose le chiavi suddette, insieme colla donazion fattane dal re Pippino, e diede a san Pietro e a tutti i suoi vicarii romani pontefici per l'avvenire il possesso di quelle città: cioè di Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì col castello Sussubio, Monfeltro, Acerragio, Monte di Lucaro, Serra, Castello di san Mariano (forse san Marino), Bobio (diverso dall'altro della Liguria), Urbino, Cagli, Luceolo, Gubbio, Commachio, colla giunta ancora della città di Narni, che i duchi di Spoleti molti anni prima aveano tolta al ducato romano. Ma qual fosse e con quali condizioni una tal donazione non resta a noi ben chiaro, essendo periti gli atti e strumenti d'allora, e a nulla servendo per illuminarci i posteriormente finti, se mai uscissero alla luce. Papa Stefano in una delle sue lettere al re Pippino [Codex Carolinus.] scrive che il re Astolfo nec unius palmi terrae spatium beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, vel reipublicae Romanorum reddere passus est. Aggiunge che Pippino avea confermato propria voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, reipublicae, civitates et loca restituenda. Altri passi ci sono, ne' quali si parla della restituzione che s'avea da fare alla repubblica, chiaramente distinta dalla Chiesa romana. Il padre Cointe negli Annali ecclesiastici della Francia pretese, che sotto nome di repubblica venisse il romano imperio, ossia la camera e il fisco imperiale. A questa opinione non acconsentì il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron., ad ann. 755.]; ma, per quanto mi sono io ingegnato di provare nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.], indubitata cosa è che sotto il nome di repubblica veniva l'imperio romano, benchè non apparisca qual cosa fosse ora restituita ad esso imperio, essendo anche incerto come restasse in questi tempi il governo di Roma. Pretende bensì il suddetto padre Pagi, che da lì innanzi i romani pontefici avessero in pieno lor dominio non meno essa città che l'esercato; ma senza che si veggano prove concludenti di tal opinione. Certo non si può mettere in dubbio la donazione dell'esarcato e della Pentapoli fatta dal re Pippino alla santa Sede romana, con escluderne affatto la signoria de' greci Augusti; ma se avvenisse per conto di Roma e del suo ducato lo stesso, e se Pippino si riservasse dominio alcuno sopra lo stesso esarcato, non pare finora concludentemente deciso, come altrove osservai [Piena Esposizione, cap. 2.]. E questo, a mio credere, è il primo esempio di dominii temporali con giurisdizione dati alle chiese e a' sacri pastori, del quale poi profittarono a poco a poco le altre chiese, la maggior parte delle quali procurò a sè stessa ed ottenne di somiglianti signorie, siccome andremo vedendo. Gloriosamente in quest'anno coronò il corso di sua vita san Bonifacio, celebre arcivescovo di Magonza, con sofferire il martirio dai Pagani. Credesi parimente che riuscisse al re Pippino di sottomettere la città di Narbona dopo tre anni di assedio, con ritorla ai Saraceni, i quali perciò furono cacciati da tutta la provincia della Settimania, oggidì Linguadoca. Per attestato ancora del Dandolo [Dandulus, in Chron. tom. 12 Rer. Ital.], in quest'anno Deusdedit doge di Venezia, mentre era dietro per fabbricare un castello fortissimo alla riva del porto della Brenta, per congiura di uno scellerato uomo appellato Galla, fu ucciso dal suo popolo. Dopo di che lo stesso Galla portatosi a Malamocco, occupò la sedia e il nome ducale, ma per poco tempo, siccome vedremo.


DCCLVI

Anno diCristo DCCLVI. Indizione IX.
Stefano II papa 5.
Costantino Copronimo imperadore 37 e 16.
Leone IV imperadore 6.
Astolfo re 8.

Gli Annali d'Eginardo, Metensi [Eginhardus, in Annalib. Annales Metenses.] ed altri, siccome ancora Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], riferiscono all'anno presente la morte di Astolfo re dei Longobardi. Andrea prete [Andreas Presbyter, Chron., tom. 1. Antiquit. Ital. Dissert. I.] nella sua Cronichetta scrive ch'egli regnò otto anni. Era egli alla caccia, e cadendo da cavallo (alcuni han creduto per urto di un cignale), tale fu la percossa, che da lì a tre giorni cessò di vivere. Di lui così scrisse lo Anonimo salernitano, autore del secolo decimo, nella Cronica da me data alla luce [Anonym. Salernitan. P. II, tom. 2. Rer. Ital.]: Fuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula, ubi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliae, ubi dicitur Mutina, loco, qui nuncapatur Nonantula; nam pro ejus cognato abbate Arsenio (si dee scrivere Anselmo) ibi vivorum coenobium fundatum est. Necnon et sibi ad sacra monachorum coenobia aedificanda per certas provincias multa est dona largitus. Sed valde dilexit monachos, et in eorum est mortuus manibus. Perchè Astolfo non lasciò figliuoli maschi, seguì appresso un gran dibattimento nella dieta de' principi longobardi per l'elezione del successore. Desiderio duca era uno dei principali pretendenti. Abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Stephan. II Vit.], che esso Desiderio era stato indirizzato dal re Astolfo in Toscana, e udendo egli la nuova della morte accaduta d'esso re, immantinente raunato tutto l'esercito de' Toscani, si studiò d'occupar la corona del regno longobardico. Questo parlar d'Anastasio ha dato occasione al Sigonio e agli altri storici susseguenti di scrivere che lo stesso Desiderio era in questi tempi duca di Toscana. Ma non è ben certa cotale notizia. Non apparisce che allora vi fosse un duca, il qual comandasse tutta la Toscana. Ogni città di quella provincia si vede in essi tempi governata dal suo proprio duca; e specialmente ciò si osserva in Lucca, città che più felicemente dell'altre ha conservate le antiche sue carte che compongono oggidì un nobilissimo archivio, custodito da quell'arcivescovo. Nè Francesco Maria Fiorentini, e neppure io, che sotto gli occhi ho avuto le carte medesime, abbiam trovato vestigio alcuno che Desiderio fosse duca di quella città, e molto meno di tutta la Toscana. All'incontro, se vogliam credere ad Andrea Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12, Rer. Italic.], Desiderio era allora dux Istriae. In fatti, siccome accennerò all'anno 771, l'Istria allora si truovava signoreggiata dai Longobardi, e ne parla anche l'Anonimo salernitano. Comunque sia, certo è che Desiderio incontrò di gravi difficoltà per salire sul trono. Alzossi contra di lui Rachis, già re, e poi monaco in Monte Casino, il quale invaghito di nuovo dell'abbandonato regno, e dimenticato de' suoi voti, tentò ogni via per riassumere il comando, con ritornare a tal fine in queste parti, dove anch'egli messa insieme un'armata di Longobardi, si oppose ai disegni di Desiderio. Allora fu ch'esso Desiderio altro rifugio non ebbe che di fare ricorso a papa Stefano, per ottenere col mezzo suo la corona, promettendo di fare in tutto e per tutto la volontà dello stesso pontefice e di render alla repubblica le città non per anche restituite, colla giunta d'altri doni. Resta ancora la testimonianza d'esso papa Stefano in una lettera scritta al re Pippino, che il re Astolfo contro i patti avea fino alla sua morte ritenuto in suo potere alcune città: il che fa intendere non doversi prendere a rigore ciò che di sopra abbiam veduto riferito dal medesimo Anastasio intorno alla restituzione delle suddette città. Perciò il papa spedì incontanente in Toscana Fulrado abbate e Paolo diacono suo fratello, che strinsero l'accordo con Desiderio. Ed appresso inviò Stefano prete con lettere indirizzate a Rachis e a tutti i Longobardi, con pregarli di non contrariare all'elezione di Desiderio, esibendo in aiuto del medesimo alquante truppe franzesi, e più brigate di Romani, quando occorresse.

Furono sì efficaci questi maneggi, che senza venire all'armi, Desiderio pacificamente salì sul trono, e l'ambizioso monaco Rachis se ne tornò confuso al suo monistero. Ma ciò dovette seguire solamente nell'anno seguente. Avea promesso Desiderio di consegnare al papa Faenza col castello Tiberiano, Gavello, e tutto il ducato di Ferrara; ma non già Imola, Osimo, Ancona, Numana e Bologna, siccome vedremo. Che poi l'opposizione di Rachis monaco pentito non fosse di poca conseguenza, lo ricavo io da un riguardevol documento che si conserva nell'archivio archiepiscopale di Pisa, ed è stato da me dato alla luce [Antiquit. Ital. T. III. Appendic., p. 1007.]. Consiste esso in una donazione fatta da Andrea vescovo pisano con queste note cronologiche: Guvernante domno Ratchis famulu Christi Jesu, principem gentis Langobardorum, anno primo, mense februario, per Inditione decima. Indicano queste il mese di febbraio dell'anno 757 seguente, nel qual tempo si scorge che Rachis sotto il falso nome di famulus Christi, cioè di monaco, conservava l'antica ambizione, e contrastò a Desiderio il regno. Questo documento ci rileva che Rachis riassunse il governo con sollevar la Toscana contro d'esso Desiderio, giacchè si vede notato in Pisa l'anno primo del suo governo, corrente nel febbraio dell'anno susseguente. Una bella e non mai più veduta scena in Italia dovette esser quella di un monaco, il quale alla testa d'un esercito dava a conoscere il suo prurito di comandar di nuovo ad un regno. Potè a suo piacere Angelo dalla Noce [Angelus a Nuce, in Not. ad lib. 1, cap. 8 Chron. Casinens.] dargli il titolo sanctissimi regis et monachi. Certo non fu santo per questo. Il tempo, in cui diede Desiderio principio al suo regno, si potrebbe credere verso il fine del presente anno. Nell'archivio archiepiscopale di Lucca v'ha una carta scritta nell'anno VI di Desiderio, e IV di Adelchis, a dì 8 di dicembre, correndo l'indizione prima, cioè nell'anno 762: note indicanti che dopo il dì 8 di dicembre nell'anno presente 756 cominciò l'epoca del re Desiderio. Un'altra carta è scritta nell'anno XI di Desiderio, IX di Adelchis, nel dì 19 di febbraio, indizione sesta, cioè nell'anno 768: dalle quali note si può inferire principiato il suo regno nell'anno 757. Altre carte ho io veduto che sembrano indicare differita la di lui elezione sino al principio d'esso anno 757. Perciò, finchè altri meglio decida questo punto, mi attengo a tale opinione. A buon conto s'è veduto che anche nel febbraio dell'anno seguente durava tuttavia l'opposizione di Rachis alle pretensioni di Desiderio. E il padre Astesati benedettino [Astesati, Dissert. in Manelm.] dopo lungo esame concorre anch'egli nell'anno 757. Secondochè abbiamo dal Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Ital.], in questo medesimo anno l'usurpatore del ducato di Venezia Galla ebbe da quel popolo il dovuto pagamento delle sue iniquità, con essergli stati cavati gli occhi e tolta quella dignità. Succedette in suo luogo Domenico Monegario, concordemente eletto doge, ma non senza qualche novità, perchè il popolo volle anche avere sotto di lui due tribuni, che ogni anno s'aveano da mutare. Per quanto poi risulta dalle memorie recate dal padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedict., lib. 23, n. 20.], mancò di vita in quest'anno Guido conte longobardo, figliuolo di Adalberto conte, marito di Adelaide figliuola di Rodoaldo duca di Benevento, e parente del re Desiderio. Avendo egli negli anni addietro ricuperata la sanità per le preghiere dei monaci di Disertina ne' Grigioni nella diocesi di Coira, avea fatto a quel monistero una donazion copiosa di beni.


DCCLVII

Anno diCristo DCCLVII. Indizione X.
Paolo I papa 1.
Costantino Copronimo imperadore 38 e 17.
Leone IV imperadore 7.
Desiderio re 1.