Fu di parere il padre Pagi che la lettera scritta da papa Stefano II al re Pippino [Codex Carolinus, Epistol. 6.], il cui principio è: Explere lingua, fosse scritta nell'anno precedente. Io la credo ne' primi mesi dell'anno corrente, dicendo il papa che già era passato l'anno in cui era succeduto l'assedio e la liberazion di Roma. Ora da questa lettera apprendiamo che Desiderio avea vestito il manto regale, e promesso di rendere il rimanente delle città non per anche restituite a s. Pietro. Da essa parimente intendiamo che la dieta generale del ducato di Spoleti aveva eletto un nuovo duca, e questi era Alboino. Nel catalogo posto innanzi alla Cronica di Farfa [Chron. Farfense, P. II. T. II Rer. Ital.], da me data alla luce, si vede registrato l'anno in cui seguì tale elezione, ed è l'anno presente 757. Però concorre ancor questa notizia a indicar l'anno della lettera suddetta di Stefano II papa, il quale fa inoltre sapere ad esso re, che i popoli dei ducati di Spoleti e Benevento a lui si raccomandavano. Esorta dipoi e prega il re Pippino, che, se Desiderio eseguirà i patti con restituir pienamente a san Pietro e alla repubblica de' Romani ciò che avea promesso, voglia esso Pippino aver pace con lui, e concedergli quanto bramava. Fa eziandio istanza che Pippino spedisca a Desiderio i suoi messi, per comandargli la restituzione intera di quei che restava a rendersi, cioè le città di sopra accennate. E qui si vuol ricordare aver Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 8.] lasciato scritto, che la donazione fatta da Pippino e da' suoi figliuoli consisteva ne' seguenti paesi: A Lunis cum insula Corsica Inde in Surianum Inde in Montem Bardonem. Inde in Bercetum. Inde in Parmam. Inde in Regium. Inde in Mantuam, et Montem Sicilis. Simulque universum exarchatum Ravennae, sicut antiquitus fuit, cum provinciis Venetiarum et Histriae; necnon et cunctum ducatum spoletinum, seu beneventanum. Trasse Leone Marsicano tali notizie da Anastasio nella vita di papa Adriano. Ma non apparisce punto che fossero donate dal re Pippino alla Chiesa romana le province della Venezia e dell'Istria, nè i ducati di Spoleti e di Benevento, che noi seguiteremo a vedere porzioni del regno d'Italia. Bologna fu all'occidente il confine dell'esarcato conceduto alla santa Sede, senza mai stendersi il dominio dei papi alla città di Luni, nè a Parma, Reggio, Mantova, ec. Però non possono venir quelle parole da autore assai informato di questi affari. Ricavasi dalla medesima lettera di papa Stefano II che tuttavia un silenziario, cioè un segretario dell'imperadore, si trovava alla corte del re Pippino, bramando il papa di sapere che negoziati fossero passati con lui, e con quali lettere egli fosse stato licenziato dal re. In fatti abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in questi tempi andavano innanzi e indietro ambasciatori dell'imperadore e di Pippino, e che il primo mandò a donare al re un organo, che in que' tempi era mirabil cosa presso i Franzesi. Ma Stefano II papa sopravvisse poco alla lettera suddetta, essendo mancato di vita nel dì 24 d'aprile dell'anno corrente: pontefice assai benemerito di Roma e della santa Sede, spezialmente nel temporale. L'elezione del suo successore non seguì senza qualche discordia del clero e del popolo. Una parte concorse coi suoi voti in Teofilatto arcidiacono, un'altra in Paolo diacono, fratello del defunto papa Stefano, personaggio specialmente eminente nella carità verso i poveri, e sommamente mansueto e benigno. Dopo trentacinque giorni di sede vacante questi prevalse, e fu consecrato papa nel dì 29 di maggio. Non tardò egli a significare a Pippino re di Francia e patrizio de Romani l'assunzione sua al pontificato in una lettera che si legge nel Codice Carolino, assicurandolo d'essere non men egli che tutto il popolo romano saldissimi nella fede, amore, concordia di carità, e lega di pace che il suo predecessore e fratello avea stabilito con lui. Era già stato circa l'anno 752 ordinato arcivescovo di Ravenna Sergio; e quantunque il testo delle sua vita scritta da Agnello ravennate [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. P. I. Tom. II Rer. Italic.] sia scorretto, pure ci fa abbastanza intendere che essendo nell'anno appresso in viaggio verso la Francia Stefano II papa, non andò ad incontrarlo quell'arcivescovo, probabilmente per tema del re Astolfo, padrone allora di Ravenna. Se l'ebbe a male il papa, gli tolse il monistero di sant'Ilario della Galliata, e tornato a Roma, cominciò a dargli delle molestie. Sergio confidato nella protezione del re de' Longobardi si andò riparando; ma venuta alle mani del papa Ravenna, egli fu con frode di que' cittadini condotto a Roma e posto in prigione, dove stette circa tre anni. Finalmente papa Stefano era in procinto di deporlo, adducendo per suo reato l'esser egli salito in quella cattedra, quantunque avesse moglie. Ma Sergio rispondeva d'essere stato eletto da tutto il clero e popolo di Ravenna, e che andato a Roma ed interrogato dal medesimo papa, non avea taciuto d'essere ammogliato, ma che era seguito divorzio colla moglie Eufemia, ed essa era entrata dipoi nell'ordine delle diaconesse. Ciò non ostante, il papa gli avea data la consecrazione. Sopra ciò diversi erano i sentimenti de' vescovi raunati in un concilio; ma il papa in collera rispose che nel dì seguente colle sue mani gli volea strappare la stola, ossia il pallio, dal collo. Passò Sergio quella notte in lagrime e preghiere; ma nella medesima appunto, essendo morto papa Stefano, fu a trovarlo segretamente Paolo di lui fratello, che gli dimandò cosa voleva egli dargli se il rimandava onorato e in pace a casa. Sergio spalancò la porta alle promesse. Creato poi papa Paolo, il mise in libertà, e rimandollo con onore alla sua chiesa. Non è Agnello assai esatto scrittore nelle cose lontane da' suoi tempi, e si scuopre poi sospetto in tutto ciò che riguarda i papi; però possiam giustamente dubitare della verità di questo fatto. Certo s'inganna Girolamo Rossi, seguitato poi dal Baronio, che lo rapporta ai tempi di Stefano III papa; scusabile nondimeno, perchè ai suoi dì non si trovava più in Ravenna il Pontificale d'esso Agnello, del cui rinascimento alla luce siam debitori alla biblioteca estense. Nell'epistola vigesima settima del Codice Carolino, il pontefice Paolo in iscrivendo al re Pippino, si mostra disposto di restituire alla sua Chiesa l'arcivescovo Sergio: il che ci fa intendere che non sì tosto dopo l'assunzione d'esso Paolo alla cattedra pontificia fu rimesso il medesimo Sergio in libertà, ma da lì ad un anno, o due, per cui forse ancora lo stesso re Pippino avea presa qualche favorevole ingerenza.
DCCLVIII
| Anno di | Cristo DCCLVIII. Indizione XI. |
| Paolo I papa 2. | |
| Costantino Copronimo imperatore 39 e 18. | |
| Leone IV imperadore 8. | |
| Desiderio re 2. |
Dimenticò ben presto il re Desiderio i benefizii ricevuti da papa Stefano II, e le promesse da lui fatte di restituire interamente alla Chiesa romana quanto era stato occupato da' suoi predecessori al greco Augusto. Perciò papa Paolo per questi affari fervorosamente scrisse al re Pippino nella lettera decimaquinta del Codice Carolino che comincia: Quotiens perspicua. Questa lettera dal padre Pagi fu creduta spettante all'anno precedente: io la stimo inviata nel presente. Da essa impariamo alcune particolarità di molta importanza. Cioè, che mentre fu l'ultimo assedio di Pavia, oppure nell'interregno dopo la morte del re Astolfo, i duchi di Spoleti e di Benevento se sub vestra a Deo servata potestate contulerunt: il che in buon linguaggio vuol dire che s'erano ribellati al re, ossia regno longobardico, e messi sotto la protezione, anzi sotto la sovranità del re di Francia, comparendo anche da ciò l'insussistenza della donazione di que' ducati alla Chiesa romana, che nel secolo XI fu immaginata, oppure interpolata. Ora il re Desiderio altamente sdegnato contra di quei duchi, nell'anno presente si mosse coll'esercito per castigarli. Abbiamo dalla lettera suddetta ch'egli passò per le città della Pentapoli, cioè per Rimini, Fano, Pesaro, ec, consumando col ferro e col fuoco i raccolti e le sostanze di quegli abitanti. Altrettanto fece appresso ne' ducati di Spoleti e di Benevento ad magnum spretum regni vestri, perchè que' duchi si erano dati al re Pippino. Mise Desiderio in prigione Alboino duca di Spoleti e molti di que' baroni. E di là passato nel ducato di Benevento, tal terrore vi portò, che Liutprando duca di quel vasto paese si rifugiò nella città d'Otranto. Non avendolo potuto far uscire di là, il re Desiderio creò un altro duca di Benevento, cioè Arichis, ossia Arigiso, secondo di questo nome. Osservò Camillo Pellegrini [Camill. Peregrin., Rer. Ital., P. I, tom. 2.] che il governo del suddetto duca Liutprando in Benevento si truova continuato fino al febbraio del presente anno: il che ci fa conoscere doversi riferire a questo medesimo anno, e non già all'antecedente, la lettera di papa Paolo I soprammentovata. Aggiunge dipoi esso pontefice che il re Desiderio avea chiamato a sè da Napoli Giorgio silenziario, ossia segretario, quel medesimo ministro imperiale che poco prima era tornato di Francia, e trattato con lui per indurre l'imperadore ad inviare un potente esercito in Italia, con promessa di seco unir le sue armi per fargli ricuperare la città di Ravenna. Che inoltre era convenuto fra loro che la flotta delle navi di Sicilia venisse all'assedio di Otranto, colla quale di concerto coi Longobardi si potesse obbligar quella città alla resa, con patto di cederla all'imperadore, purchè Desiderio avesse in mano il duca Liutprando col suo balio. Dopo tali imprese e maneggi, seguita a dire il papa, che essendo venuto il re Desiderio a Roma, in un abboccamento avuto con lui l'avea scongiurato di restituire le città d'Imola, Bologna, Osimo ed Ancona a san Pietro, secondo le promesse antecedentemente da lui fatte. Ma che egli tergiversando avea fatta istanza di riaver prima gli ostaggi longobardi che erano in Francia; dopo di che avrebbe adempiuto quanto avea promesso. Perciò il papa si raccomanda a Pippino, acciocchè con braccio forte insista appresso il re longobardo per fargli mantener la parola, con avvisarlo ancora d'avergli trasmessa altra lettera di tenor differente a petizione del re Desiderio, dove il pregava di rendere gli ostaggi e di aver pace con lui; ma che si guardasse però dal renderli, finchè non fosse seguita la total restituzione delle città suddette. Questa lettera è la vigesima nona del Codice Carolino. Quindi apparisce qual fosse il disparere tra il papa e il re Desiderio, cadaun di loro pretendendo di aver la preminenza nell'esecuzione de' patti.
Probabilmente ancora in quest'anno il pontefice Paolo scrisse al re Pippino la lettera vigesima quarta, che comincia A Deo institutae, in cui l'avvisa d'avere inteso da più parti che sei patrizii imperiali con trecento legni e con lo stuolo delle navi di Sicilia venivano da Costantinopoli verso Roma, senza che si sapesse il loro disegno, se non che voce correva che fossero incamminati verso la Francia. Motivo abbiam di maravigliarci come il papa, trattandosi di venire a Roma una sì potente flotta, non ne mostri apprensione alcuna, quando tanta ne mostra altrove per le minacce dei Greci contro di Ravenna. S'egli al dispetto dell'imperadore, come suppongono alcuni, signoreggiava in Roma, perchè non temere di quella visita? Seguita a dire il pontefice di aver trattato col re Desiderio per ottenere le giustizie dei Romani da tutte le città de' Longobardi, cioè i patrimonii ed allodiali spettanti in esse alla Chiesa Romana e ai particolari; ma esigere da Desiderio che nello stesso tempo dalla parte de' Romani fosse fatta giustizia ai Longobardi; e che mentre una città longobarda restituisse l'occupato, anche un'altra dei Romani scambievolmente soddisfacesse al suo dovere. Incagliato per questi puntigli l'affare, Desiderio avea fatto delle scorrerie nelle terre dei Romani, ed inviato al papa delle gravi minacce. In quest'anno, prima che terminasse il secondo del suo regno, tengono alcuni che il re Desiderio dichiarasse suo collega nel regno e re il suo figliuolo Adelchis, ossia Adelgiso. I miei sospetti sono che all'anno seguente piuttosto appartenga tal promozione. Buona parte dei documenti che restano di quei regnanti ci fan conoscere che l'epoca del padre precede di due anni quella del figliuolo, e in altre carte di tre. Nell'archivio dell'arcivescovo di Lucca è scritto uno strumento con queste note: Anno Domni Desiderii primo, kal. januaria, Indictione undecima, cioè nell'anno presente 758: il che può indicare che nell'anno precedente 757 avesse principio l'anno primo dell'epoca di Desiderio, durante tuttavia nel dì primo di gennaio di quest'anno. Quivi pure se ne conserva un altro colle note: Regnante D. N. Desiderio, et Adelchis regibus, anno regni eorum undecimo et nono, undecimus dies kalendas martiis. In un'altra carta si legge: Regnante D. N. Desiderio rege, et filio ejus D. N. Adelchis anno regni eorum quartodecimo, et duodecimo, quarto kal. octobris, Indict. IX, cioè nel 770. In un'altra abbiamo stipulato uno strumento nell'anno X di Desiderio re, e VII del re Adelchis, nel dì primo di luglio, correndo l'Indizione quarta, cioè nell'anno 766. Un altro fu scritto nell'anno VIII di Desiderio, e V di Adelchis, nel mese di maggio nell'Indizione II, cioè nell'anno 764. Un altro nell'anno IX del re Desiderio, e VI di Adelchis, nel mese di maggio, Indizione III, cioè nell'anno 765. Così nell'archivio di san Zenone di Verona si vede una carta scritta regnante domno nostro Desiderio, et filio ejus Adelchis, etc. annis duodecimo, et nono, die vincesima martii, per Indictione sexta, cioè nell'anno 768. E nell'archivio del monistero di sant'Ambrosio di Milano un'altra ne ho veduta scritta anno domno Desiderio et Adelchis, quintodecimo et duodecimo sub die octaubo kalendarum augustarum, Indictione nona, cioè nell'anno 771. Similmente un'altra scritta Desiderio et Adelchis regibus anno nono et septimo, sub die tertiodecimo kalend. septembris, Indictione tertia, cioè nell'anno 765. Perchè non mi sembrano coerenti tutte queste note cronologiche, lascierò che altri, unendo altre notizie, ne deduca il principio delle epoche di questi due regnanti.
DCCLIX
| Anno di | Cristo DCCLIX. Indizione XII. |
| Paolo I papa 3. | |
| Costantino Copronimo imperadore 40 e 19. | |
| Leone IV imperadore 8. | |
| Desiderio re 3. | |
| Adelgiso re 1. |
Senza alcun ordine e senza data si veggono registrate nel Codice Carolino le lettere inviate in questi tempi dai romani pontefici ai re di Francia; e però solamente a tentone si può fissar l'anno, in cui furono scritte. Porto io opinione che al presente si debba riferire la quattordicesima, che comincia Quas praeclara. Scrive in essa papa Paolo al re Pippino d'aver inteso come il re Desiderio avea voluto fargli credere di non avere recato alcun danno agli stati della Chiesa; ma che non gli presti fede, essendo verissimi i saccheggi e danni inferiti dai Longobardi, e le minacce fatte dal re loro, siccome hoc praeterito anno con sue lettere aveva esso papa significato a Pippino. Si riduce nondimeno a dire che l'ostilità de' Longobardi era seguita in civitate nostra senogalliensi, e in Campagna di Roma, Castro nostro, quod vocatur Valentis. Aggiunge, che essendo poi venuti i messi di Pippino, ed avendo riconosciuta la verità del fatto, avevano obbligato i Longobardi a rifare il danno. Medesimamente sembra a me credibile che sia scritta nell'anno presente da papa Paolo al re Pippino la lettera diciassettesima del Codice Carolino, in cui gli notifica, che, essendosi abboccati in presenza sua i messi longobardi coi messi spediti da esso Pippino e coi deputati delle città della Pentapoli, s'era chiarito il conto di alcune giustizie, cioè de' bestiami tolti dall'una parte e dall'altra, e che n'era seguita la restituzione. Ma, per conto dei confini delle città romane e de' beni patrimoniali di san Pietro occupati dagli stessi Longobardi, nulla fin allora era stato restituito; anzi ne aveano occupato degli altri. Però si era conchiuso, che i messi di Pippino coi deputati delle città si portassero a Pavia, per chiarire davanti al re Desiderio i diritti delle parti. Replica susseguentemente il papa le sue istanze che Pippino voglia operare in maniera da fargli ottenere interamente le giustizie, affinchè il beato Pietro principe degli Apostoli, per la restituzione della cui luminaria s'era impegnato esso Pippino, gliene dia una somma ricompensa. Quel che è strano, confessa il medesimo papa, in iscrivendo la lettera trentesimaquarta del Codice Carolino al suddetto re, che i Greci non per altro odiavano e perseguitavano il papa e la Chiesa romana, se non per cagione delle sacre immagini, da loro abborrite e difese da Roma. Non ob aliud (sono le sue parole) ipsi nefandissimi nos persequntur Graeci, nisi propter sanctam et orthodoxam fidem, et venerandorum patrum piam traditionem, quam cupiunt destruere atque conculcare. Qui son chiamati nefandissimi i Greci per consolazione de' Longobardi, che si veggono anch'essi onorati col medesimo titolo, qualora prendevano l'armi contra dei Romani. Intanto, quando si voglia ammettere che oltre all'acquisto dell'esarcato, Stefano II papa, fratello e predecessore di papa Paolo, cominciasse ad esercitare un pieno dominio in Roma con escluderne affatto l'imperadore, non si sa intendere come esso Augusto per questa da lui creduta usurpazione non fosse forte in collera contra de' Romani pontefici. E pur dalle parole suddette non apparisce che Costantino facesse doglianza di ciò, con lasciar conseguentemente dubbio se allora il governo e dominio di Roma fosse quale ora viene supposto. Ammettendo poi questo dominio, è ben da maravigliarsi, come il papa rifonda lo sdegno dell'imperadore nella sola discrepanza del culto delle immagini sacre, quando v'era ancora l'essersi ritirati i Romani dalla ubbidienza di lui. Sotto quest'anno riferisce Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.] una bolla di papa Paolo, in cui narra che fu conceduto dal suo predecessore papa Stefano ad Anscauso vescovo di Forlimpopoli il monistero di sant'Ilario della Galliata, ossia Calligata, situato nella diocesi di quel vescovo nell'Apennino, di cui vien fatta menzione anche nella lettera settantesimaquarta del Codice Carolino, scritta da papa Adriano I. Ora essendo poi venuto a morte esso vescovo, il pontefice Paolo restituisce alla Chiesa di Ravenna quel monistero, perchè conosciuto essere di ragione della medesima. La bolla è data nonis februarii imp. domno (forse D. N. cioè domino o domno nostro) piissimo Augusto Costantino, a Deo coronato, magno imper. anno XL. et pacis ejus (ivi sarà scritto P. C. ejus, cioè post consulatum ejus) anno XX. Sed et Leone majore imp. ejus filio anno VII. Indictione XII. Se niuno errore fosse scorso negli anni di Leone Augusto figliuolo del Copronimo, avremmo qui da correggere il conto del padre Pagi, che di uno o due anni anticipò la di lui assunzione al trono. Ma forse in quella bolla sarà stato anno VIII, oppure VIIII. Pretende ancora esso Pagi, che invece dell'anno XL di Costantino s'abbia a scrivere XXXIX. Ma quando si ammetta per legittimo quel documento, non si saprebbe intendere come il copista avesse posto un sì diverso numero per un altro. E notisi che tuttavia in Roma si segnavano i pubblici documenti col nome dell'imperadore: il che serve di qualche fondamento per dubitare se ivi fosse estinta la di lui autorità e signoria. Quindi ancora veniamo ad intendere che Sergio arcivescovo di Ravenna era ritornato alla sua Chiesa, e godeva della grazia del romano pontefice.