La sua tunica bianca a liste aurate
Lasciava nude le marmoree braccia;
Sul volto suo non si vedeva traccia
D'ore passate.
Vuote le mani, senza flauto o lira,
Pur silente sembrava ch'ei cantasse
Con la presenza sua—e l'alme lasse
Togliesse all'ira,
Alle lotte, ai dolori, ai desìr vani
Con la purezza del sereno sguardo.
—E compresi ch'egli era a parlar tardo
Per gaudi arcani.
Ed ei lieto tacea. Ma alfine io lessi
—Interpretando l'occhio che parlava
I segreti dell'alma allegra e schiava
Sul fronte impressi.
E diceva il suo sguardo: È senza inganni
La vita, e il cielo ognor ride ai mortali!
Più non invidio ai cherubini l'ali:
Ho diciott'anni.
Il mondo è mio, il piano e la foresta;
I vezzosi giardini e i verdi colli
Già mi donaron tutti i fior che volli
Per farmi festa.
Mai non si stanca questo piede e varca
Il monte che conduce all'alta mèta;
E non invidio alcun, prence o poeta,
Dotto o monarca.
Ed ignoro le voglie ambizïose,
Non mi curo d'imperio o di potenza,
Sprezzo i tesori, e d'oro so far senza
Perchè ho le rose.
Parlo tacendo e regno senza spada
E rinnegar la gioia mia non voglio,
Ma il segreto svelare dell'orgoglio
A ogni contrada:
Sono superbo perchè sono vinto
Dalla fragile man d'una fanciulla;
E mi tien quella man che si trastulla
Di fiori avvinto.