Ai corpi, creator, donasti il palpito
Strappando ad ogni petto il suo segreto;
Nè si potè celar nel nero strascico
Il sognatore Amleto.
Qui ne appare un profilo e là d'un torso
I muscoli, e laggiù brilla uno sguardo…
Or ne atterra il delitto, ora il rimorso
Di Macbeth o Riccardo.
Con la toga romana, o sotto il lucido
Corsaletto, od il manto d'ermellino,
Del cuor dell'uom sentiamo eterno il battito
Pauroso del destino.
E ognor t'inoltri con l'accesa torcia,
Infaticabil cercatore ardito,
E rischiarato dal fulgente genio
Mostri un regno infinito.
XXXVII.
VENERE NERA
Era una notte chiara e tropicale.
Nell'aria torrida
Passava un soffio di languor letale,
Afrodisiaco.
Sul mar brillava un luccichìo di fosforo,
Misterïoso;
Parca forier di cósmiche battaglie
L'alto riposo,
Morivan lenti in su la calda riva
I flutti languidi,
L'onda lambendo la rena moriva
Con lungo murmurare.
Tutto era bruno: e terra e cielo e oceano;
Taceano i venti,
Eppur movea lassù un arcano palpito
Le stelle ardenti.