La voce cultura, determinata dalle parole ad duo paria bovium, si legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 521. E risponde senza dubbio al rab’, il quale, come si scorge da’ citati diplomi del 1149 e 1154, si misurava a zeug, cioè paia di buoi, paricla, come scriveano latinamente nel medio evo: quella stessa misura di superficie della quale ci è occorso di trattare nel lib. I, cap. vj, e lib. IV, cap. viij, pag. 153 del 1º volume e 352, del 2º.

[782]. Diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 384, dove si legge: cum omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones Saracenorum.

[783]. Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto quello del 1182, citati nelle note precedenti.

[784]. Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154, citati poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172, pubblicato nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30, 31; in uno arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’ Benedettini di Morreale, ec.

Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata a Deo» (De Supputandis, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di guida all’illustre pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano, noi diremo della versione «Bureau de vérification du domaine.» data da M. Noël Des Vergers (Journal Asiatique di ottobre 1845, p. 340) trascrivendo un brano del detto diploma del 1149 per comento a quello del 1182, ch’egli pubblicava. L’autorità di questo erudito francese, di cui abbiamo deplorata non è guari la morte, è di molto peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto meglio di lui e di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò in quel suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo Ma’mûr il significato del sostantivo côlto, come appunto l’ha preso questa voce in italiano; e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo tradussero domaine. Quanto all’articolo del sostantivo tahkik essi lo considerarono «appositivo», come dicono i grammatici. E così la traduzione starebbe benissimo: «Uficio della verificazione de’ côlti» o meglio «dell’appuramento degli Stabili,» perocchè la voce ma’mûr può applicarsi a qualsivoglia terreno reso profittevole dall’industria dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche.

Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel medio evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera del XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato, a pag. 400, il Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah, ossia “ufizio de’ forzieri,” ma’murah, e, pag. 407, il Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr, ossia il Tesoro (col significato di cassa dello Stato) ma’mur; nei quali due casi quest’ultima voce, messa, sia al mascolino, sia, come plurale irregolare, al femminino, è evidentemente aggettivo passivo, come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva a mo’ di formola parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le fossero sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre le accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224, dice del Diwân-et-Tahkîk senz’altro predicato e senza spiegar che maniera d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel Kitâb-el-Mewâ’iz (Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak, 1270 (1853) vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’ califi fatemiti, dice, pag. 401 che il “carico del Diwan-et-Tahkîk era di tenere il riscontro a tutti gli altri diwani.” Tahkîk, dunque, va tradotto verificazione o riscontro; e ma’mûr torna a “regio, pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in Palermo era la Tesoreria reale, la Controleria, come si disse un tempo con voce francese, e teneva in compendio, o forse in duplicato, i registri che noi conosciamo di tutti i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero, e senza dubbio quelli di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali non ci è pervenuto alcun ragguaglio.

Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (Journal Asiatique d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto brevemente Ed-Diwan-el-Ma’mûr ossia “l’ufizio ricco, pieno,” e però il regio Tesoro. Lo stesso si nota nel diploma del 1172, presso Gregorio, De Supputandis, pag. 56, e in un ruolo di villani arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania, soscritto da re Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito dell’opera della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka in Palermo stessa è detta Kasr Ma’mur; e in un trattato di pace di Kelaûn col re di Sicilia, nella mia Biblioteca Arabo-sicula, pag. 349, gli ufizi delle gabelle del Sultano son chiamati Diwan Ma’mûr.

[785]. Si leggano presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv, note 4, 5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino ai quali si aggiunga Doana Secretie, secondo il diploma del 1172, nel De Supputandis, pag. 56, il qual nome talvolta si compendiava, per antonomasia, nella sola voce doana, dogana, ec. Non occorre poi notare che questo vocabolo, usato con significato ristretto in Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano diwân. Mentre in Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico, gli Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana, perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o il principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati musulmani del Mediterraneo.

[786]. Si riscontri il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv. nota 33, il quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’ suoi predecessori. Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio del notaio Matteo, egli negò che i difter della corte siciliana contenessero i catasti; la qual cosa era provata ad evidenza dalle autorità ch’egli avea citate nella nota 4 del medesimo capitolo.

[787]. Thesaurus di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα.