Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il significato generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non esclusi que’ sì moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti italiani ed arabici stampati a Bulâk. Si vede anco dagli autori che cita il Sacy (Chréstomathie arabe, tomo I, pag. 252, e traduzione di Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi moderni (Freytag, I, 141); da Lane stesso (Modern Egyptians, cap. XIV) il quale dà perfino un disegno di dokkân del Cairo: e la torna sempre a stanza terrena dove si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato anche così lo studio de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn, trascritto in nota da Sacy (Chréstom., tom. I, pag. 39, 41).
Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non parendo possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian preso il monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio, delle grasce soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto.
La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico e tornare ad hanût, ch’è dato come sinonimo di dokkân, ma si dice particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i lessicografi (Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella voce suonava in origine hânuwa. Or gli Italiani doveano pronunziarla “canova”, come kammâl, “camálo” e harrâka, carácca.
[795]. Lasciando da canto la lista de’ diritti antichi secondo Andrea da Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle Considerazioni, ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal vescovo di Catania a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge in principio della nota 21, faremo qualche osservazione su i diritti antichi di Palermo, Messina, Girgenti, Sciacca e Licata, citati in diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309.
Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione (rahâin plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi, Mewd’is, testo arabico tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina di luoghi del Cairo e Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane della carne, del pesce, ec., che ognuno intende; la tintoria; il dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del filetto del cotone, dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così chiamavasi nel Basso impero una tassa personale scompartita per case, fuochi, come si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i mulini di Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec.
In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il cafiz degli Arabi) e la gabella itriarum seu tinctorum; dove leggerei ac in luogo di seu, poichè itria in arabico vuol dire vermicelli o simili paste e in Sicilia dura la espressione di vermicelli di tria. V’ha inoltre la gesia de’ Giudei e alcuna delle denominazioni non arabiche notate in Palermo.
In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia nominate di sopra, oltre la gesia de’ Giudei e alcune altre tasse già accennate in Palermo e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul sale e sul ferro e quella della cangemia. Di cotesta voce non credo sia stata rintracciata l’origine; nè potrebbesi, senza aver visti i nomi arabici trascritti in greco nelle platee de’ villani di Sicilia. In quelle mi è occorso il vocabolo Haggiâm “colui che mette le coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo gli usi di Sicilia salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente χαγγέμη, ma pronunziato alla greca cangemi, è casato frequente in Palermo; dove rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca sembra dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere numerosa poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per cavar sangue.
S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si potrebbero fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti economici in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo saggio poichè l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il Gregorio, dove d’altronde è dubbia la lezione di molte parole.
Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo argomento nella sua Storia Economico-civile di Sicilia, Palermo, 1841, in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che si sapea dal Gregorio.
[796]. Considerazioni, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni quelle di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra appunto il contrario.