[1]. Si vegga il Libro IV, cap. VI, pag. 311, del vol. II.
[2]. Chronicon Pisanum, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 101, e Breviarium pisanæ historiæ a p. 167; e Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 4, tutti nell’anno pisano 1005. Il Breviarium, compilato alla fine del XIII secolo, aggiugne che i Saraceni avevano minacciato Roma, fatto poco probabile, finto com’io credo per vantare i meriti dei Pisani appo la corte papale e rincalzare la supposta concessione della Sardegna. I compilatori pisani più moderni mano mano confusero la narrazione, ponendo questo assalto lo stesso anno della battaglia di Reggio, e proprio nell’assenza dell’armata; poi la scena si ravvivò con Mogêhid (Musetto), con la Chinzica eroina, con le esortazioni del Papa, le arringhe dei consoli pisani, i quali furono supposti con date, nomi e cognomi ec. Si veggano cotesti romanzi nel Sardo, Cronaca Pisana; e nel Roncioni, Storie Pisane, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 76, e parte I, pag. 49, 51, e si riscontri il Muratori, Annali d’Italia, 1005, il quale con sana critica rigetta tutti quegli episodii. Quanto all’origine arabica del nome Chinzica, supposta dal Muratori, mi accordo col Wenrich che la mette in forse. Rerum ab Arabibus ec., lib. I, cap. XIII, § 115. In ogni modo quella voce non ha che fare coll’avvenimento del 1004, poichè le carte pisane innanzi il mille fanno menzione d’un quartiere di tal nome. Si vegga l’avvertenza dei dotti editori del Roncioni, op. cit., pag. 63, nota 1.
[3]. Quel che si sa della battaglia di Reggio è stato riferito da noi nel Libro IV, cap. VII, pag. 341, del vol. II. La supposizione della pia gesta dei Pisani è nata in questo modo. I Benedettini della congregazione di Saint Maur pubblicarono tra le epistole di Gerberto (Recueil des Historiens des Gaules, tomo X, pag. 426, nº. CVII) una del 999, indirizzata non si sa a chi e molto oscura, nella quale il Papa, lamentando Gerusalemme profanata dai Pagani, esorta lo sconosciuto cristiano: «Enitere ergo, miles Christi, esto signifer et compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni;» nelle quali parole in vero si trova l’idea immatura d’una crociata e la domanda di oblazioni per la santa impresa. I dotti editori aggiungono in nota che i Pisani subito si messero in mare e andarono a combattere. Si cita per questo, Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, III, 400, ma in fondo non si trova altra fonte che un moderno panegirico municipale dei più avventati, voglio dir le lunghissime note di Costantino Gaietani alle vite dei papi di Pandolfo Pisano, pubblicate a Roma il 1638, e ristampate dal Muratori nel detto volume. Torniamo dunque al Tronci e peggio, e si spezza il legame tra l’epistola di Gerberto del 999 e la battaglia di Reggio del 1005, si dilegua la crociata, e resta ai Pisani la industria, la civil prudenza, e la virtù di guerra navale.
[4]. Chronicon Pisanum; e Marangone, II. cc., anno 1012.
[5]. Ne’ Mss. d’Ibn-el-Athîr si legge erroneamente Abu-Hosein, per uno scambio di lettere e punti diacritici molto facile ad avvenire nelle copie. Abu-l-Geisc (Padre dell’esercito) significa il soldato per antonomasia.
[6]. Rumi. Così il chiama Marrekosci, The history of the Almohades, testo arabico, pag. 52. Può significare schiavo greco o italiano, e, in Spagna, uom delle schiatte sottomesse dai Musulmani.
[7]. Almansor si chiamava Ibn-abi-Amir.
[8]. Dhobbi, Ms. della Soc. Asiat. di Parigi e Ibn-Bassâm, Ms. della Bibl. di Gotha, entrambi all’articolo Mogêhid. Debbo questi estratti alla cortesia, l’uno del Prof. Dozy di Leyda, e l’altro del Dottor Weil di Heidelberg. Ibn-el-Athîr dice che Mogêhid e il figliuolo Alì, suo successore, furono entrambi «uomini di dottrina, amicissimi e benefici verso i dotti, cui ricercavano nei paesi vicini e lontani.» Marrekosci fa le stesse lodi del solo figlio. La voce ch’essi usano (’ilm) è in generale, scienza, ma più specialmente il diritto con sue vaste ramificazioni. Dell’articolo di Dhobbi ho data una versione italiana nella Nuova Antologia di Firenze, maggio 1866, vol. II, p. 61. Si vegga anco Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo arabico, Parte II, nelle Notices et Extraits, tomo XVIII, p. 389, e Makkari, Analectes de l’histoire de l’Espagne, testo arabico stampato a Leyda, Vol. I, p. 280, 523, 524 e vol. II, 117, 129, 415, 433, 511, 526, dove sono narrati alcuni aneddoti, della generosità di Mogêhid verso illustri filologi.
[9]. Ibn-el-Athir, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407, nel cenno su i piccioli Stati che nacquero in Spagna. Ho data la traduzione italiana nella Nuova Antologia di Firenze, vol. II, p. 60, maggio 1866. Uno squarcio del testo si legge nella mia Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 271. Questo Capitolo con poche varianti è trascritto da Nowairi, Ms. di Parigi, A. F., 647, fog. 108 recto; il quale chiama Mo’aiti Abu-Mohammed-Abd-Allah. Quanto ai principii della signoria di Mogêhid a Denia, seguo piuttosto il racconto verosimile dell’annalista musulmano, che quello del Conde, Dominacion de los Arabes en España, cap. CIX, il quale del nome proprio Mogêhid, fece un titolo Mogêhid-ed-din “Guerrier della Fede:” ma ciò non si adatta alle usanze di Spagna in quel tempo. Marrekosci, loc. cit., dà appena il nome e pochissimi cenni di Mogêhid. Egli attribuisce al costui figlio Alì, successore suo nel principato di Denia e Majorca, il titolo di Mowaffek “Favorito (da Dio)” che Ibn-el-Athîr, Dhobbi, Nowairi e Conde danno a Mogêhid stesso, e ch’egli forse prese quando restò solo signore, dopo la morte di Mo’aiti.
[10]. Si vegga il Libro I, cap. VII, e X, nel vol. I, pag. 170, 175, 227 e il Libro III, cap. VIII, vol. II, pag. 180. Le scorrerie dell’816, e 817, si ritraggono da Ibn-el-Athîr nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 221, 228, del testo. Entrambe mossero d’Affrica. Nella prima non pochi Musulmani, dopo aver fatto preda, si perdettero per fortuna di mare. Quegli andati alla seconda impresa «or vinsero, or furono vinti, e se ne tornarono.»