[11]. Così leggiamo in Edrisi, autore del XII secolo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, pag. 20 e 21, e presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 112. Il passo relativo ai Sardi, ch’è mutilato nella Geographia Nubiensis, seguita dal Di Gregorio, corre così: «Gli abitatori della Sardegna sono di origine Rûm-Afarika, berberizzati, nemici di ogni altro ramo della schiatta dei Rûm: uomini prodi e di saldo proponimento che non lascian mai l’armi.» L’appellazione Rûm, nota ai nostri lettori, qui significa evidentemente gente italiana. Gli Afarika erano le popolazioni cristiane dell’Affrica, di schiatta fenicia, come accennammo nel Libro I, cap. V, tomo I, pag. 105. Berberizzati non può qui significar altro che misti coi Berberi; e ci ricorda i notissimi Barbaricini dei tempi di San Gregorio in Sardegna.

[12]. Ibn-el-Athîr sotto l’anno 92 (710-11) raccoglie la storia di tutte le scorrerie dei Musulmani in Sardegna, in unico capitolo, del quale io ho pubblicato il testo nella Biblioteca Arabo-Sicula. Quivi si legge a pag. 217 «L’anno 135 (752-3) osteggiò quest’isola Abd-er-Rahmân-ibn-Habib-ibn-abi-’Obeida-el-Fihri, il quale vi fe’ grande strage. Ma poi fermò pace con gli abitatori, a patto che pagassero la gezia; la quale fu riscossa e durò. Nè altri dopo Abd-er-Rahmân molestò quest’isola; talchè i Rûm ristorarono le cose di quella.» Accennato poi alla scorreria del 935 e in ultimo all’impresa di Mogêhid del 1016, avverte in fine: «nè fu mai più combattuta la Sardegna (dai Musulmani) dopo questo tempo.» In questo capitolo Ibn-el-Athîr dimentica le fazioni dell’816 e 817 ch’ei narra altrove come si è accennato. La menzione che si fa dei Giudici di Sardegna nell’865 (veggasi Muratori, Dissertat. Antiq. Ital. medii ævi, II, p. 1077, Diss. XXXII) si attaglia, come dicemmo, alla testimonianza d’Ibn-el-Athîr. Si vegga anco Manno, Storia di Sardegna, lib. VII, pag. 333 e seg. dell’ediz. di Capolago, 1840, vol. I, e Wenrich, Rerum ab Arabibus etc., lib. I, cap. XIII, § 112, 113. Questi due diligenti compilatori avrebbero smesso ogni dubbio, leggendo il citato capitolo d’Ibn-el-Athîr.

[13]. Breviarum, ec., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, pag. 167, anno pisano 1002. Marangone nè l’altra cronica non ne fanno menzione, e la data mal si accorda con quella, sì precisa, degli autori arabi.

[14]. Si riscontrino: Ibn-el-Athîr nei citati due capitoli del 92, e del 407, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 218, e 271; Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 461, e nelle Notices et Extraits des MSS., tomo XVII, parte I, pag. 36; Makkari, Mohammedan Dynasties in Spain, versione inglese del prof. Gayangos, tomo II, pag. 258; Conde, l. c.

[15]. Si riscontrino: Ditmar, Chronicon, lib. VII, cap. 31, presso Pertz; Scriptores, tomo III, pag. 830; Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 4; Chronicon Pisanum e Breviarium presso Muratori, R. I. S., tomo VI, pag. 107, 167, sotto l’anno pisano 1016; e il poema di Lorenzo Vernese, presso Muratori, stesso volume, pag. 124, dove si accenna che Mugeto l’anno innanzi la sconfitta finale (cioè 1016, del conto comune) s’era dato alla fuga vedendo venire l’armata pisana. Le croniche pisane laconicamente portano che i Pisani e Genovesi, fatta guerra in Sardegna con Mugeto, il vinsero. Ditmar vescovo di Mersebourg, morto il 1018, scrisse in fin della sua cronica in luogo che risponde al 1016, come i Saraceni venuti con l’armata in Longobardia occupavano «Lunam civitatem;» cacciatone il vescovo s’impadronivano delle case e mogli de’ terrazzani; come papa Benedetto chiamava alle armi i rettori e difensori della Chiesa; come il grande navilio ch’egli adunò stringeva i Saraceni nel porto. Il re allor fugge in barchetta; i suoi assaliti da’ Cristiani, per tre dì hanno l’avvantaggio; poi sono rotti e passati a fil di spade; presa la regina e troncatole il capo, il papa vuol per sè la di lei corona d’oro gemmato, e manda all’imperatore mille libbre d’oro per parte del bottino. Ma il re saraceno facea dono al papa d’un sacco di castagne minacciando di tornare con altrettanti uomini; Benedetto gli rimandava il sacco pieno di miglio aggiungendo: tanti uomini e più troverai vestiti di corazze per accoglierti. E il cronista, come scandalezzato di così fatta risposta, conchiude: Iddio giudica gli uomini; e noi preghiamolo che allontani tal flagello da quel paese, e gli accordi la pace.

Or ognun vede che si tratti d’unico fatto, di cui Ditmar scrisse le novelle che correano in Germania, cioè l’insulto degli Infedeli sopra una città imperiale, e la vendetta che n’avean presa i sudditi dell’imperatore; e i cronisti pisani notarono quel che loro premea, cioè la vittoria del navilio italiano. E però il primo ristringe il fatto a Luni; i secondi lo pongono in Sardegna; ai quali dobbiam credere come meglio informati, ancorchè non contemporanei. Tanto più che Ditmar, con quella fuga del re, prigionia della moglie, e data del 1016, ci mostra aver confuso le fazioni di questo e del 1015, come or or si vedrà nei racconto della fuga secondo gli autori arabi. Da un’altra mano non si può supporre che Ditmar abbia sbagliato il nome della città e provincia assalita. Dunque i Musulmani al tempo dell’impresa di Sardegna fecero una scorreria a Luni, prima o dopo la vittoria sopra Malôt, credo piuttosto prima che dopo; i Pisani e Genovesi gli diedero una rotta navale nello stesso anno 1015 e un’altra nella state del 1016.

[16]. Marangone e le altre Croniche Pisane, dicono «homines Sardos vivos in cruce murare.» Lo spiega Lorenzo Vernese, narrando che Mogêhid, nel fabbricare una sua fortezza, adoperava i Sardi da manovali, e poi li facea seppellir vivi dentro le mura.

[17]. Marangone e Croniche Pisane. Dhobbi nella biografia citata di sopra dice che Mogêhid “occupò la maggior parte della Sardegna ed espugnò le fortezze.”

[18]. Dhobbi, Conde.

[19]. Conde e le Croniche Pisane.