2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria, con titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due dinastie normanne d’Aversa e di Puglia.
3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel Chronicon Breve, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era cardinale.
4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e Protospatario, i quali non ignorano il preso titolo di duca.
Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E veramente era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal preparamento di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni studio. Ma dell’atto non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi che ne abbiamo, quel che più par s’avvicini al tenor dell’originale è l’obbligazione scritta di Roberto, copiata non sappiam quando nel Liber censuum della corte di Roma, pubblicata dal Baronio, Annales ecclesiastici, 1059, § 70, e data il 1059 stesso.
Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis et ad recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub dominio meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi ut teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem scilicet duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro ec.
Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il novello tributo da pagarsi al papa.
Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè di atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque la promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia, che non era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura. Leone d’Ostia affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a quella di Puglia e Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel terribile pontificato d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco: alla volta di Calabria e di Sicilia, e con l’anacronismo del 1033. Del resto l’assentimento dei successori di Roberto, la ricusa dei successori di Ruggiero e i termini della Cronica di Roberto Wiscardo, compilazione storica della corte di re Ruggiero, provano la diversità del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo secolo, di che riparleremo a suo luogo.
Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i predecessori chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette il Pellegrino, il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro, luogotenente nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse Drogone e Unfredo bramavan così distinguersi dai conti subordinati al capo della federazione. In ogni modo è provato dalle testimonianze di Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto prese definitivamente il novello titolo all’occupazione di Cariati o di Reggio, cioè il 1059 o 1060; e in ogni modo dopo la concessione di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli richiedesse l’assentimento dei conti normanni, come suppongono a ragione gli storici napoletani e come si legge nell’Anonimo (Recueil des Historiens des Gaules ec., tomo X, p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare il suffragio?
[107]. Ruggiero alla sua morte (1101) avea 70 anni, al dir del Fazello che non cita autorità. V’hanno tradizioni diverse, delle quali tratterò a suo luogo.
[108]. Malaterra, lib. I, cap. XIX, segg. Per la investitura del conte di Aversa si riscontri Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15, (16). Per gli altri fatti i medesimi cronisti, Amato e Guglielmo di Puglia passim.