[207]. Malaterra.

[208]. L’Anonimo, il quale ancorchè compilasse da ottant’anni dopo il fatto, par abbia attinto ad altre memorie oltre quelle di Malaterra, e potea per avventura conoscere il titolo preso da Ruggiero in quei primi tempi del conquisto.

[209]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIX e XXXI; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., tomo II, p. 841; e nella traduz. francese, lib. I, cap. XVI. Il nome di Plotino è scritto Glotino nel testo latino dell’Anonimo, e Porino o Polarino in quel di Malaterra. È da avvertire che, secondo il Malaterra, i Trainesi bevvero tanto in quel freddissimo inverno perchè la state soleano patire intollerabili calori per la vicinanza dell’Etna(!!) donde balnearum æstuationibus æstuari assueti etc. Mi par chiaro qui il significato di “avvezzi ad un caldo da stufa,” e che queste parole non attestino l’uso dei bagni a Traina nel 1062, ma piuttosto in Palermo verso la fine del secolo, quando scrivea Malaterra. La testimonianza di questo scrittore che le campagne di Traina fossero abitate anco da Musulmani, si conferma per un diploma del 1085 presso Di Chiara, Opuscoli ec., Palermo, 1855, in-8, pag. 167. I nomi dei villani conceduti alla Chiesa di Traina nei dintorni della città son tutti musulmani.

[210]. Si vegga qui sopra la pag. 80.

[211]. La morte di Moezz è recata nel 453 da Ibn-el-Athir, testo, anno 484, nella Biblioteca arabo-sicula, p. 277, e dal Nowairi, op. cit. fol. 40 recto. Ibn-es-Scerf, citato nel Baiân, p. 308, la riferisce al 453, ma Abu-s-Salt, ibid., porta la data del 24 sciaban 454; e Tigiani, l. c., conferma l’anno, al pari che Ibn-Abbâr, nell’Hollet-es-Siarâ, MS. della Società Asiatica di Parigi, fol. 108 verso. Mi attengo a questi tre ultimi scrittori, come autorevoli sopra ogni altro nelle cose dell’Affrica.

La condizione di Tamîm al principio del regno è così definita da Tigiani, MS. di Parigi, sup. 911 bis, fol. 135 recto, e trad. di Mr Rousseau: «E gli Arabi gli tolsero ogni cosa, non rimanendogli se non che il perimetro delle mura di Mehdia. Ma talvolta, confederandosi con alcuna tribù d’Arabi, trovò modo d’uscire in campo contro cui veniva ad assalirlo, e di assediare alcuna delle città ribellatesi da lui.»

[212]. «Comperto quod Arabici et Africani, qui Arabia et Africa, quasi auxilium laturi Siciliensibus, causa lucrandi advenerant etc.» Malaterra. Gli Affricani son forse quegli schiavi ziriti dei quali fa menzione Ibn-el-Athîr.

[213]. Ibn-el-Athîr, anno 484, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, p. 277; e Nowairi, op. cit., p. 447, e presso Di Gregorio, p. 26. Entrambi recano il fatto, senz’altra data, dopo la esaltazione di Tamîm, e seguono a raccontare, con la transizione d’un indi, il passaggio d’Aiûb a Girgenti ed altri gravi successi infino al 461 (1068-69). L’indi mi par che qui valga dopo tre o quattro anni. Si avverta che il nome Aiûb è la forma arabica di Giobbe.

[214]. Questi particolari si traggono dal seguito della storia. Credo venuta prima la schiera di Castrogiovanni per induzione della parola con che Malaterra incomincia il cap. XXXIII del lib. II. I limiti che ho immaginati alla regione in cui comandò Aiûb, sono da un canto lo stato di Girgenti tenuto da Ibn-Hawwasci, dall’altro il castel di San Marco che suppongo in man dei Normanni. A qual principe musulmano ubbidisse la parte dell’isola tra Licata e Taormina, non si può argomentare da alcun dato certo nè dubbio.

[215]. Le fonti latine non danno alcun nome che si possa ridurre ad Anattor; e la variante di Malaterra, Avator, è da escludersi come quella che riporterebbe a Caltavuturo, terra troppo lontana. Ma la Geografia d’Edrisi nota, senza vocali, un A. n. t. r. N. s. t. ri sul Simeto, a mezzogiorno di Adernò. Come il sito accennato qui dal cronista giace poco lungi da San Felice, ove si narra che la gualdana riposò per avere perduti assai cavalli; e come noi troviamo nella impresa del 1061, San Felice vicina a quel tratto del Simeto (veggasi qui innanzi la pag. 72), così è probabilissima l’identità de’ due luoghi citati da Malaterra e da Edrisi.