[225]. Arcadius. Di certo Kâid non Kâdi, come s’è supposto.
[226]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII; e l’Anonimo presso Caruso, Bibliotheca Sicula, tomo II, pag. 841-843 e nella traduz. francese, lib. I, cap. XVIII; e l’Epistola di Frà Corrado, presso Caruso, op. cit., tomo I, p. 48.
L’Anonimo ebbe sotto gli occhi di certo il Malaterra ed altre memorie; poichè riferisce alcuni particolari diversi. Il più importante è che Ruggiero avesse mandato Serlone a Cerami due giorni innanzi la grande battaglia; che il dimani dell’arrivo, Serlone fosse uscito a combattere; che Ruggiero fosse ito a trovarlo la sera col grosso della gente e che tutti insieme si fossero avanzati contro il nemico il dì seguente, verso le sette. Il racconto di Malaterra, al contrario, fa supporre avvenuti tutti i combattimenti in un sol giorno.
Forse questa battaglia fu ricordata da alcun cronista musulmano, i cui scritti non sono pervenuti infino a noi, poichè Soiutl nella biografia di Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abi-l-Berr (Biblioteca Arabo-Sicula, testo, cap. LXXVI, p. 672) riferisce il conquisto cristiano della Sicilia al 455 dell’egira (1063), la quale data non si trova negli altri ricordi musulmani.
[227]. Malaterra, l. c. «Comes, Deo et S. Petro cujus patrocinio tantam victoriam se adeptum recognoscebat, de collato sibi beneficio non ingratum existens, in testimonium victoriæ suæ, per quendam suorum...... Apostolicus vero, plus de victoria..... mandat: vexillumque a Romana sede, Apostolica auctoritate consignatum; quo prœmio, de Beati Petri fisi præsidio, tutius in Saracenos debellaturi insurgerent.»
Questo è lo stendardo che il Giannone, lib. X, cap. II, dice mandato da Alessandro II al conte Ruggiero mentre accingeasi all’impresa di Sicilia. L’illustre storico napoletano, il quale cita qui il Baronio, anno 1066, n. 2, non si guardò questa volta dalle insidie del cardinale annalista.
[228]. Malaterra.
[229]. Argomento cotesta pratica dal confuso ed erroneo cenno che ne fa Amato, Ystoire de li Normant, lib. V, cap. XXVIII: Roberto, durante l’assedio di Bari (1068-1071), affinchè i Saraceni non potessero munirsi e provvedersi, domandò l’aiuto dei Pisani, i quali apprestate lor navi e compagnie di cavalieri e balestrieri, vennero dritto alla città, spezzarono la catena del porto, e messero a terra parte di loro forze: dopo la vittoria del duca in Puglia ebber da lui grandissimi doni, e se ne tornarono a Pisa. Ognun vede che il racconto di Amato, per vizio di copista o dell’autore, non regge. Si tratta al certo di Palermo, non di Bari dov’erano Greci e non Musulmani; e del fatto del 1063, non della espugnazione di Palermo del 1072, nella quale non compariscono i Pisani. Da ciò argomento una pratica di Roberto nel 1063 rimasta senza effetto, e scontraffatta nella traduzione francese che noi abbiamo. Non posso supporre che l’autore, vivente e adulto in quel tempo, abbia commesso un anacronismo di dieci anni e scambiato il nome della città; nè che i Pisani fossero venuti una seconda volta a spezzar le catene del porto di Palermo, senza che ne facciano parola i loro annali.
[230]. Iscrizione del Duomo di Pisa nell’Archivio Storico Italiano, tom. VI. Parte II pag. 5.
[231]. In portu vallis Deminæ, scrive Malaterra. Per antonomasia significherebbe Messina, ma il cronista suol sempre indicare quella famosa città col suo nome, nè è da supporre abbia usata in questo luogo solo una perifrasi. Secondo Edrisi, i porti del Valdemone su la costiera settentrionale erano cominciando di ponente: Caronia in sul confine di quella provincia, Oliveri e Milazzo; e in mezzo a’ due primi si ricorda la spiaggia di San Marco ove si costruivano navi. Nei novant’anni che corsero dal 1063 alla compilazione di Edrisi, non si scavarono di certo novelli porti, e forse non ne fu distrutto alcuno. Dunque dobbiamo ristringerci ai quattro nominati.