[232]. Iscrizione del Duomo di Pisa.
[233]. Iscrizione stessa, la quale accenna vagamente alla preda nelle campagne. Noi sappiamo da Ibn-Haukal che lungo l’Oreto giaceano gli orti di delizia dei Palermitani.
[234]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV; Marangone, anno MLXIII, nell’Archivio Storico italiano, tomo VI, par. II, p. 5, 6; e la Chronica varia Pisana nel Muratori, Rerum Italic. Script., tomo VI, p. 167. La data precisa che dobbiamo al Marangone, è il giorno di Sant’Agapito, ossia il 20 settembre; ma stando all’ordine cronologico del Malaterra, risalirebbe agli ultimi di giugno o primi di luglio, poich’ei riferisce il fatto innanzi le scorrerie di Collesano, Brucato e Cefalù che seguirono, al dir suo, nei principii della state. Credo meriti maggior fede il Marangone, e sia da supporre qui men rigorosa la successione di fatti notata dal cronista normanno. Notisi che la iscrizione del duomo di Pisa porta qui l’anno comune in vece del pisano: Anno quo Christus de Virgine natus, ab illo Transierant Mille etc.
[235]. Malaterra tace questa precipua cagione che apparisce dai fatti.
[236]. Vecchio castello presso la spiaggia da Termini a Cefalù; nella prima metà del XII secolo era terra assai ricca e fortificata, come si scorge da Edrisi e da parecchi diplomi.
[237]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV e XXXV; e l’Anonimo presso Caruso, Bibl. Sicula, tomo II, p. 843; e nella versione francese, lib. I, cap. XIX. Il testo di Malaterra ha il nome di Gualtiero de Simula (var. de Simila) l’Anonimo de Cullejo (var. de Simelio) e la versione da Similico.
[238]. Lib. II, Cap. XXXVI.
[239]. Malaterra, l. c. Senza ciò sarebbe falso il plurimo exercitu che leggiamo pochi righi innanzi il quingentis tantummodo militibus. Si vede sempre più chiaramente che per milite sia da intendere un cavaliere seguito da due o parecchi uomini d’arme.
[240]. Tarentula, lycosa tarentula, aranea tarentula ec., abitatrice de’ luoghi aridi e inculti nella Spagna, Francia meridionale, Puglia ec., e vuolsi abbia preso il nome dalla città di Taranto e datolo alla danza tarantella.
[241]. “Taranta quidem vermis est araneæ speciem habens, sed aculeum veneni feræ punctionis, omnesque quos punxerit multa venefica ventositate replet, in tantumque angustiatur ut ipsam ventositatem quæ per anum inhoneste crepitando emergit, nullo modo restinguere prævaleant et nisi clibanica vel alia quævis ferventior æstuatio citius adhibita fuerit, vitæ periculum incurrere dicuntur.” Malaterra, l. c. Secondo i cronisti delle Crociate il morso portava grande enfiagione e dolori; nè si potea curare se non col fuoco, con la triaca, o, secondo Alberto d’Aix, commettendo un certo peccato.