[242]. Si vegga la ritirata dell’imperatore Lodovico, andato nell’867 contro il Sultano di Bari (Lib. II, cap. VIII, p. 377 del Iº volume.)
Alberto d’Aix, Gauthier e Vinisauf, citati da Michaud, Histoire des Croisades, tomo I, p. 297 della ediz. del 1825, raccontano somiglianti disastri de’ Crociati a Beirut, Sidone e Tiro nel 1099.
[243]. Non rimane oggi, nè si trova in alcun diploma. Il buon Di Blasi, Storia di Sicilia, libro VII, cap. 8, si sforza a difendere l’onor dell’agro palermitano da questa grave accusa; e il Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, tomo II, p. 44 e 324, si fa beffe del Malaterra, non senza collera.
[244]. Bugamo presso il Malaterra, Burgamo nella Epistola di fra Corrado, il quale aggiugne che a’ suoi tempi, cioè allo scorcio del XIII secolo, questa terra lontana sei miglia da Girgenti, si chiamasse Buagimo e appartenesse in feudo alla famiglia Montaperto. È in que’ dintorni l’odierno comune di Montaperto. Il soprannome d’uomo che passò al castello, sembra Abu-’l-Giami’, Abu-’l-Gema’, ovvero Abu-el-’Agemi.
[245]. Malaterra, lib. II, cap. XXXVI, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 195, Epistola di Fra Corrado nell’op. cit. p. 48. Si riscontri Lupo Protospatario, an. 1065, ediz. di Pertz, il quale dice che Roberto uccise molti Saraceni e riportò statichi di Palermo. Così i Normanni doveano raccontare il fatto ritornando in Puglia.
[246]. Libro V, cap. XXVI, p. 150. Nel cap. XXVIII dello stesso lib., p. 164, è da leggere Palermo in vece di Bar, la quale lezione è confermata dal sommario dell’indice che non risponde al testo. Si vegga anco Bar, posta in luogo di Palermo, a p. 293.
Et quant lo duc sapientissime vit la disposition et lo siege de Palerme et que des terres voisines estoit aportee la marchandite, et se alcuns negassent la grace par terre, lui seroit aportee par mer, apareilla soi a prendre altre cite a ce que assemblast autre multitude de navie pour restreindre Palerme.... premerement asseia Otrante etc.
Roberto non s’era avvicinato a Palermo nel 1061 quand’ei venne la prima volta in Sicilia. Il passo che citiamo non si può riferire dunque che al suo ritorno in Calabria dopo l’assedio del 1064, come lo conferma la occupazione d’Otranto che segue immediata. Manca almeno un capitolo tra il XXV e il XXVI, il che non farà meraviglia a niuno che abbia letta attentamente questa traduzione francese di Amato.
[247]. Ibn-el-Alhir sotto l’anno 481, nella Bibl. ar. sic., testo, p. 278; Nowairi, op. cit. p. 448, e presso il Di Gregorio, Rerum. Arab., p. 26.
[248]. Il Malaterra porta l’anno di questo combattimento, e Ibn-el-Athir quello del ritorno d’Aiûb in Affrica, i quali coincidono in cinque mesi (31 ottobre 1068 principio del 461 dell’egira, a 24 marzo 1069 fine dell’an. 1068 dell’incarnazione). Sembra dunque che Aiûb fosse tuttavia in Sicilia e forse in Palermo al tempo del combattimento, e che a lui abbia fatta allusione il conte Ruggiero con le parole riferite dal Malaterra: Si ducem mutaverunt, ejusdem nationis, qualitatis et religionis est cujus et cæteri sunt.