Una tradizione locale, confrontata con una scrittura del XVI secolo, la quale non sappiamo se sia fondata esclusivamente sulla medesima tradizione, porterebbe a credere distrutta la fortezza di Judica o Zotica, dal popolo di Caltagirone, colonia genovese che avesse prestate sue forze al conte Ruggiero. Tratterò a suo luogo della probabile origine genovese di Caltagirone. La tradizione, in vero, e la citata scrittura del secolo XVI la quale è trascritta nel Ms. dei privilegii della città di Caltagirone, fog. 602, a 609, col titolo di Chronica Pheudorum Hamopetri, dicono occupata Judica dagli uomini di Caltagirone al tempo di re Ruggiero, dal quale s’erano ribellati que’ Musulmani; onde il re, non sapendo altrimenti domarli, promise il territorio a chi espugnasse la rôcca. I Caltagironesi vi riuscirono per tradimento di una loro concittadina, tenuta a forza dal signor musulmano; la quale ordinò coi propri fratelli di aprire una notte le porte del castello; talchè andativi gli armati di Caltagirone, entrarono, distrussero ogni cosa e s’ebbero dal re il territorio. Questo fatto, sotto il regno di Ruggiero il re, non può ammettersi; tanto più che il feudo di Judica e quello di Fatanasino che v’era congiunto, compariscono in un diploma del 1160, venduti dal fisco regio al Comune, non già donati. Più verosimile sarebbe che i Caltagironesi, per pratica della donna, avessero occupato il castello com’ausiliarii del Conte Ruggiero nel 1076, e che la tradizione avesse poi confuso il conte e il re dello stesso nome, e guasta la data al par che il titolo d’acquisto del territorio. Ma non registrerò al certo un fatto storico sopra simili supposti. Certo egli è che alla metà del XII secolo la rôcca era distrutta; poichè Edrisi non ne fa parola, mentr’egli pur nota il mensil, o diremmo noi villaggio, di Judica. Della fortezza rimasero spaziose cisterne e pochi ruderi; e l’asprezza del monte mostra il sito inespugnabile. Su queste condizioni topografiche e su le tradizioni, si vegga Amico, Dizionario topografico della Sicilia, articolo Judica: e Aprile, Cronologia Universale della Sicilia, pag. 64 segg., 91 seg. Ne fa cenno anche il Fazello, Deca I, lib. X, cap. II, trattando di Caltagirone.

[344]. Ab hac eadem urbe strictior sinus terrae ab utroque latere mari urguente, longius in mare porrigitur, pascuis uberrimis abundans. Convien che il sito della città sia mutato alquanto, o piuttosto modificati gli anfratti della spiaggia, per alcuna delle note cagioni.

[345]. Malaterra, lib. III, cap. XI, XII; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 848.

[346]. Elias Cartomensis (variante Crotomensis) presso il Malaterra, lib. III, cap. XVIII e XXX. Il nome cristiano fu dato al battesimo, se pur quello che leggiamo ne’ cronisti, non è alterazione di Alì, Eliâs, o Eliseo. L’altro nome, etnico o patronimico, non si può stabilire con certezza su la trascrizione latina. Cartami significherebbe oriundo di Cartama di Spagna, vedi Merâsid-el-Ittila’, tom. II, pag. 399, 400. Si potrebbe anco leggere secondo il Lob-el-Lobâb, pag. 205. Kardami, e Kirtimi o Kortomi (venditore di Zafferanone), o finalmente si potrebbe supporre un’alterazione più grave e ridurre il nome etnico a Kotami, ossia berbero della tribù di Kotama, ch’ebbe tanta parte nella fondazione della dinastia Fatemita e lasciò tante radici in Sicilia, come abbiamo accennato nel libro III, cap. I, V, VI, pag. 35 segg. 122, 157. etc. del II volume.

[347]. Sepibus et siropibus claudens, Malaterra. Stropus non si trova con questo significato nel Dizionario di Ducange, ma bene il derivato Strupatura e Stropatura.

[348]. Golafros nel Malaterra. Si vegga il Capitolo II di questo libro pag. 66, nota 5.

Debbo avvertire che nella edizione del Malaterra va corretta Temîm: la parola Tunicii, sì in questo luogo e sì nel lib. IV, cap. 3. Tunis non divenne capitale dell’Africa propria se non che dopo la caduta della dinastia zirita e dopo il conquisto del paese per gli Almohadi, nella seconda metà del XII secolo. Egli è evidente che un copista o forse il primo editore del Malaterra, ignorando questo nome di Temîm, principe zirita, credè buona lezione Tunisii che tanto somiglia a quell’altra nella scrittura. Se prova occorresse di questo, si potrebbe vedere il lib. IV, cap. 3 del Malaterra nella edizione del Caruso, dove è notata due volte la variante Thumin che si avvicina alla vera lezione e pur gli eruditi del XVI, XVII e XVIII secolo, la messero da parte come erronea, perchè lo Stato di Temîm si era fatto pur troppo celebre in Europa dal XIII secolo in poi, sotto il nome di Regno di Tunis.

[349]. Si noti che Roberto, chiamato dagli Amalfitani, assediava Salerno in questo tempo; che i Pisani ebbero talvolta pratiche con Roberto; come racconta Amato, lib. V. cap. XXVIII, pag. 164, e che Ruggiero, chiamato il 1086 da’ Pisani e da’ Genovesi all’impresa di Mehdia, ricusò, allegando i patti ch’egli avea con gli Ziriti.

[350]. Malaterra, lib. III, cap. XV a XVIII; Anonimo, presso Caruso. Bibl. Sic., pag. 853, il quale chiama il liberatore di Ruggiero, Casaldus con la variante Ansadus, Anraldus, e Cansaldus e nella traduzione francese, pagina 310, Ansalarde.

[351]. I diplomi di concessione e la carta topografica dei poderi che ha data, ancorchè poco esattamente, Don Michele del Giudice (Lella) in appendice alla Descrizione del Real tempio ec. di Morreale, Palermo, 1702, in fol., ci abilitano a misurare sopra una buona carta il territorio continuo conceduto intorno a Giato; senza contare gli altri beni che la sciocca pietà di Guglielmo II largì in molti altri luoghi. Il detto territorio, posto la più parte in provincia di Palermo, torna a un triangolo curvilineo il cui vertice settentrionale sia posto a Giardinello, l’orientale tocchi i boschi di Ficuzza, ed un lato, inarcandosi verso mezzogiorno, venga a formare l’angolo di ponente, non lungi da Alcamo in provincia di Trapani. Or in quest’area sono adesso tre soli comuni: Piana de’ Greci, 7270, San Giuseppe li Mortilli, 6412, Camporeale, 3157. Le cagioni di questo gravissimo fatto dello spopolamento della Sicilia dall’XI al XVI secolo, toccate nella Notice che accompagna la mia Carte Comparée de la Sicile, Paris, 1859, saranno da noi trattate nel VI libro.