[477]. Lib. V, cap. V, pag. 140 di questo volume.

[478]. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. I, note 25, 26 ec. È inutile citare i diplomi antichi che contengono nomi francesi. Noterò in vece che in uno del 1175, pubblicato dal Gregorio, De supputandis, ec., pag. 52 e segg., indi da Spata, Pergamene, ec., pag. 451 segg., traduzione latina del XIII secolo dall’arabico e dal greco, si leggono i nomi di Sir Bonom de Custasin, Sir Ricalinus de Calatabutur ec. In un diploma arabico inedito della Chiesa di Cefalù, serbato nell’Archivio di Palermo, si legge il nome di un Sir Gulielm, banchiere o non so che in Cefalù. Par che i francesi, nobili o no, nel XII secolo amassero in Sicilia di fregiarsi col titolo di Sire.

[479]. Esaminati diligentemente i nomi di tutti i comuni attuali e de’ villaggi abbandonati, che sono pur molti, i quali io già pubblicava nel 1859 con la Carte Comparée de la Sicile, ne occorre pochi, di pochissima importanza e origine dubbia: Castelnormando si chiamava nel XVII secolo, al dire dell’Amico, Dizionario topografico, l’attuale Comune di Valledolmo, ma non ve n’ha notizie anteriori; Ciambra un villaggio presso Monreale; Merhela Gulielm (la stazione di Guglielmo) un luogo presso Monreale, che parrebbe stazione di caccia d’uno dei re di quel nome. Tralascio Francavilla, comune, e Monpileri villaggio distrutto su l’Etna, poichè Pila, Piliere sono nella nostra favella, come nella francese. Metto anco da canto i nomi composti con la voce burg,i quali possono riferirsi tanto al francese quanto all’italiano e all’arabico.

[480]. Presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 477.

[481]. Falcando presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 466. Lo sciocco Arrigo de’ principi di Navarra, fratello della Regina, era stigato da’ cortigiani a prender la somma degli affari in luogo di Stefano de’ conti di Perche. E schivando il peso superiore alle sue forze, allegava tra le altre cose: francorum se linguam ignorare, que maxime necessaria esset in CURIA. Si trattava dunque, non del paese, ma della corte; dove il principe fanciullo, bisnipote del conte Ruggiero, e discepolo di Pietro di Blois, parlava com’e’ pare il francese; e i cortigiani italiani ed arabi si adattavano. Si ricordi con ciò l’attestato di Ibn-Giobair, che lo stesso Guglielmo II parlasse l’arabico. Infine è da notare che delle lingue usate nella corte poliglotta di Palermo, la men difficile al Navarrese doveva esser quella della Francia.

[482]. Considerazioni, lib. I, cap. I, nota 27.

[483]. Cap. cit., nota 28.

[484]. Strenuos bello milites Longobardos (del Napoletano) ac Transmontanos.... sibi largitionibus alliciens, dice il Falcando del ministro Majone, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 419. Poi ve n’ebbe degli Spagnuoli, op. cit., pag. 439 e sempre de’ Musulmani.

[485]. In questo medesimo libro, cap. VII, pag. 191 del volume.

Sappiamo da Pietro di Blois (Epistolæ, nº 66), che dopo la morte di Guglielmo il Malo, l’Arcivescovo di Rouen mandò alla corte di Palermo trentasette giovani francesi dotti o di nobil sangue. Si veggano le epistole di San Tommaso di Canterbury e dell’abate di Cluni alla regina reggente in Sicilia e al ministro di lei Riccardo Palmer, nel cui epitaffio mi pare compendiata la biografia degli avventurieri di cui trattiamo: