[570]. Si veggano quelle diverse voci nel Ducange, Gloss. latino. Molti esempii forniscono di questa classe di uomini, i diplomi latini e greci del Napoletano; quelli, per esempio, degli anni 932, 975, 1054, 1080, 1082, 1096, nei Regii Neapolitani Archivii Monumenta, tomo I, pag. 63, 239; tomo V, pag. 8, 97, 114, 165; e presso Trinchera, Syllabus, diplomi del 1097, 1145, 11... pag. 81, 182 segg. 559, et passim. Gli stessi provvedimenti delle Costituzioni che richiamavano i fuggitivi dalle terre del demanio, e il citato diploma di Morreale del 1183, confermano la frequentissima fuga dei villani che andavano a stanziare, da commendati, in altri luoghi.

[571]. Sono sì frequenti coteste concessioni de’ villani co’ beni loro, che non occorrerebbe quasi di citarne i testi. Per accennarne alcuno, noterò i diplomi greci del 1098, da Buscemi, nella Biblioteca Sacra, vol. I, Palermo, 1832, pag. 212; del 1101, 1112 e 1146, presso Spata, Pergamene, ec. pag. 192, 234, 242; del 1143, nel Tabulario della cappella Palatina di Palermo, pag. 14; del 1136, presso Trinchera, Syllabus, pag. 155; la traduzione latina d’un diploma greco del 1096, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 382, per lo quale il conte Ruggiero donava, con molti altri beni, al novello vescovo di Messina: in Oliverio villanos centum et terras et tenimenta quæ ibi habitantes prius tenebant.

[572]. Diploma arabico-greco, inedito, del 20 febbraio 1095, appartenente alla chiesa di Catania, il quale contiene la platea dei villani di Aci. Si vegga anche in Trinchera, Syllabus, pag. 182, segg. il diploma, che contiene la dotazione del vescovado di Squillaci. Il conte Ruggiero concedea al vescovo tra le altre cose, di ricettare ne’ suoi poderi de’ villani estranei “purchè non fossero ne’ privilegi di lui, nè de’ suoi baroni.”

[573]. Diploma del 1095, due del 1144 e due del 1145; tutti arabo-greci appartenenti alle chiese di Catania e di Morreale e all’Archivio regio di Palermo, citati di sopra.

[574]. Si vegga la pagina 244, e si confronti il tit. III, lib. vij, delle Costituzioni ec.

[575]. Il Gregorio pubblicò, Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 4, l’atto di riconoscimento di un villano di Collesano in data del 1279, scritto in latino. Uno simile ed assai più importante, scritto in arabico e com’io credo nel 1177 (v’ha l’’alama di Guglielmo il Buono e il riscontro del mese di Rebi 1º con agosto, perciò un de’ tre anni 1177-8-9) si conserva nel reale Archivio di Palermo. I figli di Musa Santagat, da Menzil Jusuf (Mezzojuso) confessano sè essere uomini di Gerâid dell’abate Tabat, e promettono di star sempre nella obbedienza della chiesa; e l’Abate loro perdona, pone sopr’essi la gezia di trenta rob’ai all’anno e il canone di 20 Modd di grano e 10 di orzo. Essi infine pregano l’Abate di permettere che soggiornino dovunque loro aggradi.

[576]. Abbiamo dimostrato poco fa, pag. 239, che si debba anco intendere de’ villani ciò che il Gregorio dice de’ rustici.

[577]. Costituzioni, lib. III, tit. X. Cf Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vij, pag. 167.

[578]. Considerazioni, lib. II, cap. vj, pag. 140, 141, 142, e cap. vij, pag. 166-167.

[579]. Un diploma del conte Ruggiero, dato, com’e’ pare, del 12 febbraio 1095, e scritto in greco, se non che i nomi degli uomini (rigiâi) sono in arabico, concedeva alla chiesa di Palermo settantacinque agareni, undici buoi, e dei poderi ne’ territori di Giato, Corleone e Limona; dovendo gli Agareni pagare alla chiesa, per doma, in inverno 750 tarì e altrettanti in agosto, con 150, mudd di frumento e 150 d’orzo. Ogni villano così dava in ogni anno 20 tarì, due salme di frumento e due d’orzo e nulla più. Si avverta che la spedizione latina del medesimo diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 76, non contiene i particolari delle prestazioni. Una pessima traduzione latina del testo greco, si legge presso il Mongitore, Bullae, ec. Panormitanæ Ecclesiæ, pag. 13, opera del gesuita Giustiniani da Scio, il quale, tra le altre cose, tradusse laudemium la frase λογοῦ δόματος. Pieno anco di errori il testo pubblicato dal Mortillaro, nel Tabulario della cattedrale di Palermo, pag. 8 segg.