[55]. Questa è la prima volta, per quanto io sappia, che si fa menzione appo i Musulmani d’Affrica del fuoco greco, o, come lo chiamano gli Arabi, la nafta. I Musulmani di Sicilia l’adoprarono nella guerra contro i Normanni, se ad un episodio di quella si riferiscono i versi d’Ibn-Hamdis, ch’io ho citati nel lib. IV, cap. xiv, pag. 532 del secondo volume, e lib. V, cap. vj, pag. 165, nota 3, del presente. In Egitto era conosciuto di certo, poichè Makrizi nel Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 424, raccontando l’incendio che consumò una delle armerie del Cairo il 461 (1068-9), dice che v’arsero diecimila Kirbe (otri o vasi) di nafta e altrettante zarrake, o vogliam dire tubi da lanciare quel combustibile. Nondimeno parmi che l’effetto della nafta de’ Musulmani non fosse terribile quanto quello del fuoco greco. Gli scrittori normanni non ne fanno mai parola nella guerra di Sicilia, nè in quelle d’Affrica che noi trattiamo nel presente capitolo; nè la vittoria arrise mai in quella età al navilio zirita contro gli Italiani.
Ibn-Hamdis medesimo e qualche altro poeta che cantava nella povera corte di Mehdia in sul tramonto della dinastia zirita, ricordano la nafta, come orribile strumento di distruzione: “una maraviglia” sclamava Ibn-Hamdis, senza aver letta la relazione della battaglia di Mentana. Al dir di que’ poeti, la nafta: 1º galleggiava su l’acqua e non si spegnea; 2º dava baleno, fumo, tuono e puzzo d’inferno; 3º era lanciata in lingua di fiamma da tubi di rame o bronzo che fossero; ovvero, 4º con dardi; e 5º cotesta nafta, o una specie di essa, era bianca com’acqua. Ciò nei regni di Iehia, Alì, Hasan, ch’è a dire nella prima metà del XII secolo. Si veggano i versi pubblicati nella Biblioteca arabo-sicula, pag, 393 e 565 e altri inediti del Diwano d’Ibn-Hamdis, nella copia del Ms. della Vaticana, fatta dal prof. Sciahuan per uso del conte Miniscalchi, pagg. 75, 77, 118, 213, 241, 271, rime in di, di, ri, mi, na e sa. Il Nowairi accenna anco alla nafta dell’armata zirita, Bibl. ar. sic., pag. 456. Ho fatte queste citazioni in aggiunta a’ fatti pubblicati nella dotta opera Du feu grégeois, etc. par MM. Reinaud et Favé, Paris, 1845, in-8.
[56]. Questo fatto, del quale non danno alcun cenno gli annali bizantini nè i musulmani, si ritrae precisamente dal diwano d’Ibn-Hamdîs, nella citata pag. 213, della copia del prof. Sciahuan, dove si legge che una delle ragioni che mossero “il reggitore di Costantinopoli la maggiore a schermirsi col calam dal taglio della spada zirita” fu il timore “di quel dardo incendiario, che con maraviglioso effetto lanciava il fuoco nell’onda agitata e ardeavi.”
Ibn-Hamdîs, oltre questa, scrisse a lode di Iehia altre otto lunghe kaside, che leggonsi nella copia dello Sciahuan a pagg. 24, 49, 116, 169, 204, 208, 210, 267, rime in ab, ah, ru, li, mi, im, ma, ka, e la prima, la sesta e l’ottava anco nel Ms. di Pietroburgo, fog. 62 recto e verso e 63 recto. Della prima ho dati due versi nella Bibl. ar. sicula, pag. 572, e sette versi della terza leggonsi in Ibn-el-Athîr, anno 509, op. cit., pag. 280, e nella edizione del Tornberg, tomo X, pag. 359.
[57]. Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pagg. 158, 168 e 332 di questo volume.
[58]. Lib. IV, cap. 50, presso Muratori, Rer. Ital. Scr., tomo IV, p. 523. I Beni-Hammâd erano chiamati comunemente i signori della Cala (kalà’t) dal nome della prima loro capitale, ancorchè avessero verso il 1090 tramutata la sede in Bugia. Veggasi Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione de Slane, tomo II, pag. 43 segg.
[59]. Il fatto è bene espresso dalle parole di Ibn-el-Athîr che, prima del favore dato da Ruggiero a Rafi’-ibn-Makkan, era tra lui ed Alì amistà e inganno. Cotesta disposizione d’animi si dee tirar su infino al tempo di Iehia.
[60]. È bene riferire testualmente l’affermazione degli scrittori musulmani, che rischiara un punto importante del diritto pubblico del tempo, in Affrica e fors’anco in Sicilia. Secondo Ibn-el-Athîr, Alì dichiarò “Non abbia alcuno nell’Affrica (propria) a competer meco nella spedizione di navi con mercanzie;” e secondo Tigiani, quel principe mal soffriva che alcuno nell’Affrica (propria) rivaleggiasse con lui nella spedizione di navi.
[61]. Traduco “galea” secondo l’uso comune, la voce arabica sciana e scenîa, e serbo l’altra nella forma arabica, non sapendo appunto a quale specie di navi la risponda. Per ragione etimologica, harbiia significherebbe “guerresca.” Il legno di Rafi’ è detto Merkeb, ossia “nave” genericamente e in particolare “grossa nave” da Ibn-el-Athîr e da Nowairi; ma il Tigiani la chiama safina, che vuol dir nave in generale, e specialmente da corso.
[62]. Questo diligente scrittore dice che i Siciliani, già seduti a mensa, sapendo l’arrivo dell’armata affricana corsero a lor galee; ma alla più parte fu tagliata la via del mare, e molti rimasero uccisi. “E salvossi di costoro,” continua il Tigiani citando testualmente il contemporaneo Abu-s-Salt, “chi si potè salvare, avendo volato nella sua fuga, per paura della morte, non già per leggerezza di gamba.” Il Tigiani infine dà alcuni versi scritti in questo incontro a lode di Alì, da un Mohammed-ibn-Abd-Allah.