[293]. Ibn-el-Athîr, cap. cit, pag. 301.
[294]. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, l. c.; Ibn-Khaldûn, testo nella Bibl. ar. sicula, pag. 504 e il Baiân nella stessa raccolta, pag. 374, il quale porta soltanto le date della sollevazione contro i Cristiani in Mehdia e della ricuperazione di Zawila, le quali mancano nel racconto d’Ibn-el-Athîr. Questi narra la sollevazione di Zawila innanzi il supplizio del Forriâni; ma non è verosimile che Guglielmo abbia differita quella vendetta per un anno e qualche mese.
[295]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 951, con l’anno 1158 e presso Pertz, Scriptores, VI, 506, con l’anno 1157. Nella prima di coteste edizioni il nome dell’isola di cui si suppone capitale Sibilla (Zawila) è scritto Gerx; nella seconda Gerp, la quale lezione credo sia stata preferita come vicina a Gerbe, della qual isola parve al dotto editore si trattasse. Io credo che per isola si debba qui intendere penisola (gli Arabi hanno un sol vocabolo per l’una e per l’altra), e che sia da preferire la lezione Gerx, come quella che più si avvicina a Scerik, nome della penisola che separa i golfi di Tunis e di Hammamet, la quale oggi si chiama El-Dakhel, ma gli Arabi del medio evo or la dissero di Scerik, da un nome proprio d’uomo, or di Bâsciu (Basso?) nome della città principale. Non è verosimile che i Siciliani avessero ripigliata allora cotesta penisola, ma pare che Mehdia o Zawila fosse considerata allora come capitale di un piccolo stato che prendesse il nome dalla penisola vicina. A me par certo che sendo padroni di Mehdia e di Susa, i Siciliani lo fosser anco di una parte della costiera, e in ispecie della penisoletta di Monastir, appendice di Mehdia. Si vegga, su la topografia di cotesti luoghi, l’Edrîsi nella edizione dei sigg. Dozy e De Gœje, pag. 108, 109, del testo, e 126-8, della versione. Edrîsi dice che i tre villaggi o castelli di Monastir erano abitati da religiosi, come d’altronde si può supporre da quel vocabolo.
[296]. In primo luogo non mi par dubbio che il re di Sicilia credesse allor appartenere alla sua corona il diritto d’istituire sedi vescovili, come l’esercitarono gli imperatori bizantini. Si noti la fondazione del vescovado di Cefalù e il titolo di Arcivescovo di Sicilia, dato a quel di Palermo in un diploma di re Ruggiero, presso il Pirro, Sicilia Sacra, pag. 95, 96.
In secondo luogo è da ricordare che, per antica costumanza, il metropolitano di Palermo, ricordando solennemente ogni anno i suoi suffraganei, solea nominare tra quelli il vescovo di Tripoli d’Affrica, su di che si vegga il Pirro, op. cit., pag. 21.
Si consideri inoltre che tra i diplomi della Cappella Palatina di Palermo, nel Tabulario di essa, pag. 34, seg. nº XV, è l’inventario della suppellettile della Chiesa d’Affrica, nel quale si legge che una parte era stata fatta a spese dell’Arcivescovo. Mi par si alluda più tosto a quello d’Affrica che a quel di Palermo. D’altronde il fatto di trovarsi quell’inventario nella Cappella Palatina, può indicare che la Chiesa d’Affrica si volesse far dipendere dal Cappellano Maggiore, o che per lo meno la suppellettile si conservasse a cura dì questo, come proveniente da una regia fortezza.
[297]. Ibn-el-Athîr, anno 551, testo del Tornberg, vol. XI, pag. 139, 140. Si confronti il Kariâs versione del Tornberg stesso, tomo I, pag. 170 a 173; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione del baron De Slane, tomo I, 254 segg. e tomo II, 173, 190 segg.
[298]. Il soggiorno d’Ibn-Sceddâd in Palermo l’anno 551 dell’egira, è attestato dal Nowairi, in un luogo del quale diè la versione francese M. Rosseeuw de Saint-Hilaire, Histoire d’Espagne, tomo III (Paris, 1838). Pièces justificatives, nº IV, par. 511. Questo squarcio, tradotto da M. Vincent e tolto da un Ms. arabico di Parigi che non si cita, contiene un aneddoto dì Abd-el-Mumen che il cronista riferiva essergli stato raccontato da un mercatante musulmano di Mehdia, ch’egli incontrò l’anno 551 nella capitale della Sicilia.
[299]. Presso Tigiani, che abbiam citato di sopra, nel cap. ij, pag. 379, in nota. L’Holâl-el-Mausciah dà il nome di Abd-Allah-ibn-Meimûn.
[300]. Si confrontino: Ibn-Sahib-es-Selât; Ibn-el-Athîr, anno 554; Marrekosci; Ibn-Khaldûn, nella Bibl. ar. sicula, testo pag. 197, 303-304, 319, 504. Non cito il Nowairi, perch’egli qui copia di parola in parola Ibn-el-Athîr. Cotesti scrittori non son d’accordo sul tempo della mossa da Marocco e si comprende benissimo.