[432]. “Il figlio della rupe”, ossia l’acqua, simbolo di beneficenza. Si confrontino: Ibn-Khallikân, Biografia degli illustri Musulmani, testo, nella edizione del Wüstenfeld, IX, 67, vita, nº 772, e X, 64, vita nº 815; ed Hagi-Khalfa, Dizionario bibliografico, III, 545, nº 6680. Ho ristampati i testi nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 631, 643, 702.

[433]. Si vegga la mia prefazione al Solwân-el-Motâ’ d’Ibn-Zafer, pag. XXIV segg.

[434]. Op. cit., pag. 2, 3.

[435]. Liber Jurium Reipub. Januens., tomo I, pag. 463, n. CCCCXXXVII, nei Monumenta hist. patriæ.

Il testo ha domum ed io traduco “palazzo” perchè la “casa” donata in Messina per lo stesso diploma, era stata quella di Margarito, cioè il palagio dove soggiornò Riccardo Cuor di Leone il 1190-91; la casa donata in Siracusa era quella di Gualtiero di Modica già grande ammiraglio; il fabbricato donato in Napoli, era il fondaco regio in porta Morizini, etc. Questo importante documento uscì alla luce la prima volta nella Hist. Dipl. Friderici II, tomo I, 66.

[436]. Si vegga la citazione a pag. 173, del presente volume, nota. 1.

[437]. Presso Caruso, Bibl. sic., pag. 404, 405. Questa e le altre edizioni mettono a capo della Storia la citata epistola, la quale evidentemente fu scritta molto tempo dopo quella. E si legge dopo la Storia nel bel ms. della Bibl. imp. di Parigi, S. Victor, nº 164.

[438]. L’autore non solamente dice e replica ch’egli scrivea “quando le tepid’aure” sottentravano alla neve ed al gelo, ec. Egli accenna anco alla occupazione della Puglia, di che gli duole un tantino, ma la sopporta purchè i Tedeschi non passino nell’isola. E continua: “Atque utinam Constantia cum rege Teuthonico, Siciliæ fines ingressa, perseverandi constantiam non haberet, nec ei detur copia Messanensium agros aut Aetnæi montis confinia transeundi!” Eccoci dunque al giugno 1190; poichè egli è noto che Arrigo mandò l’Arcivescovo di Magonza allo scorcio d’aprile e che il maresciallo imperiale di Toscana passò i confini del regno di Puglia in maggio. Nè Costanza, nè Arrigo erano con quell’esercito; ma si capisce che potea correrne la nuova o potea l’autore supporre la presenza dei due principi o anche fingerla tra le sue favorite ipotiposi; se pur non lo strascinò il bisticcio che gli veniva tra’ piedi col nome di Costanza.

Nè si dica che l’autore vivendo in qualche monastero di Francia o d’Inghilterra, dovesse sapere le notizie di Sicilia da una stagione all’altra. Nel medio evo i monasteri erano appunto gli emporii del mondo, e i frati ne andavano in traccia come i giornalisti d’oggidì.

[439]. Si vegga il cap. iv di questo libro, pag. 485 segg. del volume.