[455]. Ottone di San Biagio. “Trinacriis pars, fertur equis, etc.”, dice Pietro d’Eboli descrivendo l’entrata dell’imperatrice Costanza in Salerno, il 1191.

[456]. Ottone di San Biagio.

[457]. In questo passo di Pietro d’Eboli, si legge tra le altre cose:

Haec (apodixa) quantum Calaber, seu quantum debeat ater

Apulus, aut Siculus debeat orbis, habet.

Cotesti versi ricordarono ai due eruditi editori napoletani, quell’altro notissimo della spada di re Ruggiero, onde l’uno e l’altro lessero Afer in luogo di ater. Di certo il poeta pugliese non avea ragione di chiamare negri i suoi compatriotti; e il credito acceso nella Tesoreria di Sicilia contro l’Affrica, si spiega benissimo col tributo di Tunis. Fors’anco si può riferire a quello di Malta e di Pantellaria, popolate allora di Musulmani, come si vede nel capitolo precedente pag. 536 di questo volume. Ho detto positivamente del tributo di Tunis, perchè l’autore degli Annales Colonienses Maximi, (presso Pertz, Scriptores, XVII, 803) benissimo informato de’ casi di questa impresa di Sicilia, scrive sotto l’anno 1195: “Marroch rex Africæ 25 summarios, auro et lapide precioso, multisque donis oneratis imperatori mittit.” Si è già detto che Tunis ubbidiva in questo tempo alla dinastia degli Almohadi, residente in Marocco, che il cronista qui prende per nome proprio d’uomo.

[458]. Ottone di San Biagio alla divisione della preda accenna anco Pietro d’Eboli.

[459]. Si vegga il cap. iij di questo libro, pag. 448 del volume. Chi voglia giudicare la quantità e qualità della preda, convien che legga, da capo a fondo, l’opera dell’abate Bock, e guardi non solamente le figure cromolitografiche, ma ancora le incisioni in legno, intercalate nel testo dalla pag. 129 in giù.

L’autore degli Annales Marbacenses (presso Pertz, Scriptores, XVII, pag. 166) dicendo, come tutti gli altri cronisti tedeschi, dell’oro e dell’argento riportato dalla Sicilia il 1195, aggiunge particolarmente “cum multis pannis pretiosis de serico.”

[460]. Annales Januenses, presso Muratori, Rer. italic., VI, 370, dove si legge Gruloardus. Nell’edizione del Pertz, Mon Germ., XVIII, 109, è preferita la lezione Gilolo Ardus, la quale, come ognun vede, non differisce da Gennolardus che per la permutazione dell’n in l, e per lo scambio, facile al paro, dell’i in e.