[597]. Ibn-Khaldûn, Berbères, II, 280 a 298, descrive i primordii degli Hafsiti infino all’usurpazione d’Abu-Zakaria.

[598]. “Senior” nella versione latina.

[599]. In primo luogo avverto non potersi ammettere il supposto dell’erudito amico mio Huillard-Bréholles, cioè che l’Abbuissac della traduzione sia da leggere Abou-Zak, e che questo sia abbreviazione di Abou-Zakaria. Oltrechè non v’ha esempli di cotesta contrazione, nè le lettere corrisponderebbero, non torna il nome del padre, il quale qui è Abu-Ibrahim, quando il padre di Abu-Zakaria si chiamava Abu-Mohammed.

Il nome d’Abu-Ishak non sarebbe nuovo nella famiglia hafsita. Si chiamava così un figlio dello stesso Abu-Zakaria, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 341, 355.

Abu-Ibrahim, padre dì colui che soscrive il trattato, figliuolo di Abu-Hafs e però cugino di Abu-Zakaria, comparisce nel 1223 governatore di Castilia in Affrica per l’altro fratello Abu-Mohammed (Secondo) ch’era allor prefetto d’Affrica. Questo leggiamo in Ibn-Khaldûn, op cit., II, 297; ond’egli è verosimile che Abu-Zakaria abbia adoperato in alto ufizio questo figliuolo del cugino.

[600]. Ibn-Khaldûn op. cit., II, 301 narra che Abu-Zakaria, appena insignoritosi dell’Affrica propria, si messe a perseguitare Ibn-Ghania. Di questo capo almoravide abbiamo fatta menzione nel presente libro, cap. v, pag. 520 del volume.

[601]. “Cum declaratum sit quod isti populi pro personis et statu jam pacem inierint cum domino nostro califa, sacerdote, imperatore Fidelium”. Così la traduzione. La voce resa sacerdote è senza dubbio imam; tutti e tre i titoli messi insieme corrispondono appunto a que’ che presero i principi almohadi.

[602]. Questo trattato, tradotto dall’arabico in latino per un Marco Dobelio Citeron, fu pubblicato dapprima da Leibnitz, Codex jur. gent. dipl., II, 13; poi da Lünig, Codex Ital. dipl., II, 878; dal Dumont, Corps dipl., I, 168; dal Bréholles, op. cit.. III, 276, con buone varianti tolte da un ms. di Parigi; e infine dal Mas-Latrie, Traités de paix et de commerce etc. Paris, 1866, pag. 153 segg. Temo che l’originale sia perito nello incendio dell’Escuriale, poichè il dotto prof. Gayangos, che ne interrogai molti anni addietro, mi rispose non trovarsi più in Ispagna, per quante ricerche ei n’avesse fatte.

Parmi che il Citeron abbia letti male parecchi vocaboli nel capitolo che risguarda Pantellaria, il quale incomincia “Et etiam detur illis dimidium tributi insule C.... signatum et ordinarium tempore messis solite.” Ho creduto al contrario, accettare la versione “sint navigantes et iter facientes cum caravalis euntibus ad Africam” ond’io ho scritto “sì in nave e sì in caravana.” Ancorchè la voce caravana si legga sovente ne’ diplomi latini di Federigo, col significato di compagnia di barche, o come or dicesi, “convoglio”, il senso del periodo porta più tosto a carovana di terra; nè so che al tempo di Citeron si dicesse ancora de’ convogli di barche. D’altronde non mancano esempli di scorrerie de’ marinai cristiani sbarcati in Affrica. Nel 1284, cioè mezzo secolo dopo il trattato di Federigo II, un galeone catalano dell’armata di Sicilia prese Margam-ibn-Sabir, capo della tribù araba di Gewara, mentr’egli cavalcava alla volta di Tunis e recollo a Messina, dove fu compagno di prigionìa di Carlo lo Zoppo.

Avvertasi che il Gregorio, discorrendo di questo trattato nelle Considerazioni, lib III, cap. viij, ritenne la erronea lezione di Corsica.