[619]. Questo mosaico vedeasi al tempo del Pirro, com’egli dice espressamente nella Sicilia Sacra, pag. 805, ma in oggi non ne rimane vestigia, essendo stato rifatto in gran parte quel portico. Se ne fa menzione in una notizia manoscritta su la chiesa di Cefalù, opera del XIV secolo, serbata in oggi nel regio archivio di Palermo, come ritraggo da’ signori Isidoro la Lumìa e Isidoro Carini, che l’hanno presa in esame per farmi cosa grata. Gli stessi eruditi amici mi hanno significato trovarsi nel detto archivio un ultimo diploma del vescovo Giovanni, dato del settembre 1213, ed un atto del 14 marzo 1218, nel quale è nominato Alduino vescovo di Cefalù. Si aggiunga ciò alle notizie che dà il Pirro, loc. cit., su quei due vescovi.

Le parole che, al dire del Pirro, leggeansi sotto le due figure erano: “Vade in Babyloniam et Damascum et filios Paladini quaere et verba mea audacter loquere ut statum ipsius valeas melius reformare.” Poco dubbio v’ha nel correggere la voce Paladini, che dee dire Saladini o meglio Safadini. Con questo titolo, che risponde a Seif-ed-dîn, i Cristiani solean chiamare Malek-Adel; e mi par migliore lezione che quella di Saladini, la quale farebbe supporre che la precedente parola filios fosse stata adoperata per errore, in vece di nipoti. Ma suppongo una lacuna nell’ultimo inciso, non potendosi ragionevolmente riferire l’ipsius a Malek-Adel, ma più tosto a Gerusalemme, o alla Terra Santa in generale. Forse il pezzo di mosaico che contenea l’iscrizione era già guasto, quando furon copiate quelle parole dal Pirro o da altri.

Che Malek-Adel avea, pria della sua morte, divisi gli Stati a’ figliuoli e datone loro anco il governo, si legge negli Annali d’Ibn-el-Athîr, testo del Tornberg, XII, 230, sotto l’anno 615. Si vegga anche Reinaud, Extraits, etc., pag. 393.

[620]. Le sorgenti arabiche, inedite avanti il 1857, si trovano quasi tutte nella Bibl. arabo-sicula; cioè: la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, cronaca diligentissima e contemporanea di un cristiano copto, a pag. 322 segg. e gli scrittori musulmani: Ibn-el-Athîr, pag. 314, segg.; Abulfeda, pag. 418 segg.; la raccolta falsamente attribuita a Jafei, pag. 510 segg. la quale contiene preziosi frammenti d’Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Nowairi, Ibn-el-’Amîd, e Ibn-el-Giuzi; e in fine, Makrizi, pag. 518, segg. Ho avuto anco sotto gli occhi il quinto volume della Storia universale d’Ibn-Khaldûn, stampata non è guari in Egitto, nel quale è un compendio delle Crociate e giova, non ostante la troppa brevità. Si veggano le pag. 350 seg. di quel volume.

Il mio maestro M. Reinaud, del quale serbo sempre gratissima la memoria, compilò su questi medesimi testi i §§ 78, 79, 80, dei suoi Extraits etc., relatifs aux Croisades. Piacemi anche dover citare intorno a cotesti avvenimenti, due altri miei carissimi amici francesi, l’autore, cioè, della Lutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe, lib. V, cap. iij, e l’Huillard-Bréholles, nella Introduzione alla sua Hist. Diplom., etc. Chi voglia considerare la tradizione ghibellina, com’ella raffazzonò cotesti avvenimenti a capo di mezzo secolo, legga Bartolommeo de Neocastro, presso il Gregorio, Bibl. Arag., I, 199 segg., al quale si può contrapporre uno scrittore francese de’ tempi nostri. Dico M. De Mas Latrie, da me citato per altri suoi dotti lavori, il quale nella diligentissima Histoire de Chypre, Paris, 1852-61, narra la Crociata di Federigo e le pratiche precedenti e contemporanee, come l’avrebbe fatto un guelfo sfegatato del XIII secolo, s’egli fosse stato armato dalla erudizione del XIX.

Citerò via via le sorgenti arabiche, con la pagina che prende il testo nella Bibl. arabo-sicula.

[621]. Ibn-Kethîr e Abu-Sciâma, pag. 510; il secondo de’ quali aggiugne alla risposta: “Dì... che io non somiglio a certi altri e che non ho, ec.” Cotesti frizzi postumi, sono rivolti manifestamente contro il fratello Malek-Kâmil.

[622]. Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Makrizi; dei quali altri dice promessa Gerusalemme, altri tutti i conquisti di Saladino, in Terrasanta s’intende, e altri una parte de’ conquisti.

Ibn-el Athîr, arrivato allora all’età di 69 anni e morto il 1233, o non seppe, o tacque a disegno, le pratiche di Mo’azzam col Kharezmio e di Kâmil con l’imperatore. Può darsi benissimo l’uno o l’altro caso; il primo perchè quelle pratiche doveano tenersi molto segrete, e il secondo perchè il vecchio compagno di Saladino volea dissimulare le vergogne de’ discendenti. Soltanto ei narra nell’anno 623 (Tornberg, XII, 302, 303) che Mo’azzam, dopo aver cooperato efficacemente alla vittoria di Damiata, rimase malcontento di Kâmil e ch’egli era anco sospinto contro costui dal califo di Bagdad: onde si rappacificò con Ascraf, a fine di resistere verso ponente a Kâmil e dall’altro lato a’ Kharezmii.

[623]. Pseudo Jalei.