[840]. Le citazioni son date dal Bréholles, op. cit. Introd., pag. CXC, CXCI. La prima, ch’è cavata dalla Historia Diplomatica, V, 486, prova che quelle donne vestivano alla musulmana.

[841]. Si vegga la citazione nel Capitolo precedente a pag. 641 di questo volume, nota 8.

[842]. Diploma del 28 novembre 1239, presso Bréholles, op. cit., V, 535.

[843]. Presso Gregorio, Rerum Arabicar., pag. 178.

Si vegga intorno a cotesta iscrizione il cap. vij del presente libro, pag. 589, nota 1.

[844]. ’Imâd-ed-dîn, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 603; Ibn-Khallikân, op. cit., pag. 630 e nella edizione del baron De Slane, I, 724 e III, 106 della versione inglese; Abulfeda, Annali, op. cit., pag. 418 e III, 628 della edizione di Reiske; Taki-ed-dîn-el-Fasi, op. cit., pag. 659; Makrizi, op. cit., 665; Soiuti, op. cit., 671.

Si confrontino coi testi le notizie ch’io, prima di stamparli, avea date nella versione italiana del Solwân-el-Motâ’, Firenze, 1851, Introduzione, pag. XVIII segg. e nella versione inglese, Londra, 1852, vol. I, 20 segg.

[845]. Imâd-ed-dîn lo chiama Abu-Abd-Allah, e il Soiuti, Abu-Gia’far.

Non giova notare le varianti de’ titoli onorifici, che son molte.

Io non ho argomenti da credere che il disparere su la patria sia nato dalla diversità di coteste appellazioni secondarie, anzi tengo fuor di dubbio che l’autore di tutte le opere sia stato un solo. E ciò si vedrà chiaramente nel seguito del presente capitolo.