[911]. Makrizi, op. cit., pag. 665. Nel Dizionario di Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, II, 440, n. 3655, e conseguentemente nella Bibl. arabo-sicula, pag. 701, la parte del nome che si legge Ibn-Mohammed-es-Sikilli va corretta, Ibn-es-Sikilli, secondo il Ms. di Parigi, Ancien Fonds, 875.

[912]. Dsehebi, Anbâ-en-nohat, nell’op. cit., pag 645.

[913]. Non voglio tradurre “in quinta rima,” perchè il confronto di cotesti nuovi metri degli Arabi occidentali con que’ delle lingue neo-latine e soprattutto della nostra, va fatto con lungo studio e sopra moltissimi esempii dell’una e dell’altra parte. Avverto intanto che la voce wazn, “peso, modo,” trattandosi di versificazione, è usata col significato di “misura;” il quale credo relativamente moderno, e forse nato in Spagna insieme con cotesti novelli metri.

Le cinque “misure” invero non si trovano, per diritto nè per rovescio, in questo componimento, dove le rime son tre; i versi di otto sillabe ciascuno, a modo nostro di scandere, e a modo dei grammatici arabi, di due piedi o di sei, se vogliasi considerare come verso l’intera stanza; e le stanze, infine, son sei. Potrebbero forse contarsi in ciascun verso cinque di quelle misure elementari che gli Arabi chiamarono “corde, piuoli e tramezzi” (si vegga Sacy, Grammaire arabe, 2ª ediz., II, pag. 619) come parti del verso, il quale appellano beit, ossia “tenda, casa” e in generale stanza. Ma coteste misure elementari non so che siano state mai dette wazn. Ho ragione piuttosto di credere che nelle nuove poesie il metro più comune sia stato di stanze da cinque versi e che perciò Imâd-ed-dîn, facendo un fascio di tutti i metri occidentali, li abbia battezzati “Quinte rime.” Si badi bene ch’ei non dice che questo componimento abbia cinque wazn, ma “che sia di que’ che recitansi con cinque wazn.” Mi conferma, nel mio supposto, il codice della Riccardiana di Firenze segnato col n. 194 e intitolato Megmû’-Kâmil, ossia “Raccolta compiuta” di Abu-l-Abbâs-el-Bekri. Tra le poesie della nuova maniera che il raccoglitore trascrive, scompartite per generi e specie, occorrono non pochi componimenti in cui le stanze, distinte sempre col titolo di beit ad inchiostro rosso e caratteri grandi, si compongono di cinque versi ciascuna. Lo stesso codice Riccardiano ha varii esempii di tekhmis o diremmo noi “quintuplicazione” di poesie altrui, che facevasi aggiugnendo quattro altri versi a ciascuno del testo; ma questo uso notissimo non ha che fare nel caso nostro.

Debbo avvertire infine che lo squarcio di poesia trascritto nella Kharida, mi sembra mutilato e mutatovi l’ordine de’ versi. In fatti il primo verso della terza stanza esce di rima, e la metafora obbligata della luna piena che spunti sopra un sottile tralcio di ben, vuol che segua immediatamente a quello il primo verso della quarta stanza. Similmente il senso richiederebbe che l’ultimo verso della seconda stanza seguisse immediatamente all’ultimo della prima. Si capisce bene che i copisti orientali del XII e XIII secolo si doveano imbrogliare spesso, avendo dinanzi agli occhi quell’insolito intreccio di rime e di versi, scritti con altre divisioni che non son quelle degli antichi emistichii.

Aggiungo che, anche in Ponente, i letterati teneano in non cale le mowascehe. Abd-el-Wahid da Marocco (testo del Dozy, pag. 63) che scrivea nel 1224 dell’èra cristiana, si vergogna di far parola delle eccellenti poesie dettate in tal metro da Abu-Bekr-ibn-Zohr.

[914]. Dopo il Freytag, Darstellung, ec. (1831) il barone De Hammer chiamò l’attenzione de’ dotti, su questa nuova maniera di poesia, nel Journal Asiatique di agosto 1839 (pag. 153 segg.) e di agosto 1849 (pag. 249 segg.); ma, al solito suo, trattò il subietto con leggerezza. Or l’hanno rischiarato orientalisti di vaglia, come il baron De Slane, il professore Dozy e il barone De Schack. Si vegga, dello Slane, la versione francese de’ Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, parte III, pag. 422 e segg.; del Dozy, le osservazioni critiche su questo lavoro dello Slane, nel Journal Asiatique di agosto 1869, pag. 186 segg., e dello Schack la Poesie und Kunst, ec. vol. II, § xiij, pag. 47 segg.

Ibn-Khaldûn, nella parte or or citata de’ Prolegomeni, dà ampii ragguagli sul nuovo genere di poesia, ch’ei non spregiava come Imâd-ed-dîn, e ne aggiugne moltissimi squarci ed anco interi componimenti.

Tocca un poco la mowascehe e i zegel Averroes, nel Contento medio su la poetica di Aristotile, a pag. 3 del testo arabico, che si stampa per le cure del dotto professore Fausto Lasinio, sul codice unico della Laurenziana, insieme con l’antica versione ebraica e con versione italiana e note. I luoghi d’Ibn-Bassâm ai quali accenna il Dozy, op cit., pag. 186, 187, rischiarano anco il subietto; e chi volesse studiarlo profondamente, troverebbe una vasta e sistematica raccolta nel codice della Riccardiana, del quale ho fatta menzione nella nota precedente.

[915]. Questo dubbio, che ognuno avrebbe a priori, è degno di ricerche positive. Il citato codice 191 della Riccardiana ci dà due serie di “Cantilene (neghm) dell’Irâk,” con versi brevi e mutazione di rime. Nell’Irâk si può supporre, al par che l’araba, l’influenza persiana.