[943]. Così egli descrive la lettera dell’amico, nello squarcio di versi tramezzato alla prosa d’una epistola, ms. di Parigi, fog. 17 verso.
“N’esalò, quand’io ruppi il sigillo, un’auretta impregnata di muschio, di legno d’aloe e d’ambra.
L’occhio mio sollazzossi in giardini, dove biancheggiava il giglio, il mirto e la rosa:
Una pagina (nitida come) splendore diurno, su la quale spiccavano righi di tenebre nerissimi;
E lessi parole di rubini infilzati nella collana con (altre) pietre preziose e con perle;
(Parole che) se le sentisse l’egro, gli cesserebbero ogni dolore; anzi desterebbero un cadavere dal sonno della tomba. “
[944]. Si leggono questi versi nel ms. di Parigi, fog. 20 recto.
“Lo stuolo delle virtù si ferma (nel cammino) per cagion del dolore; l’eccelso monte della nobiltà rovina e precipita.
Oh qual seguito di mali s’appressa, mentre (da un altro lato) s’allontana ogni prospetto di gioia!
Che avverrà mai della luce del Sole e di quella che gli dà lo scambio, se questo faro di laude e di gloria è demolito?