Il primo epigramma è scritto ad “un certo capo” che non si era lasciato veder da lui. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe della Biblioteca, propose di leggere “tempo” in vece di “capo,” la quale lezione avrebbe riportato a Ruggiero il fatto del ributtare il poeta. Ma non ostante il gran rispetto che io ho per quel sommo maestro, non veggo ragione di mutare la mia traduzione. E i versi mi sembrano sì impertinenti, da non potersi credere che il poeta li abbia indirizzati a Ruggiero.

[974]. Ms. di Parigi, fog. 8 recto. Il primo epigramma è questo:

“Superbì colui ch’io andai a visitare e si chiuse, lasciandomi fuori, mentre egli non si ascondeva a questo nè a quell’altro.

Pria di conoscermi egli avea fatti stendere drappi del Sind e della Cina (per farmi onore).

La mia sventura vien tutta da lui. Così foss’io morto pria di questo (affronto).”

Ecco l’altro epigramma:

“Gli amici della tua fortuna, fa di accoglierli come nemici, con l’arme in mano.

Nè ti illuda (se loro spunti in volto) il sorriso, chè la spada ti ammazza luccicando.”

[975]. Si vegga il Capitolo precedente, pag. 684, di questo volume.

[976]. Bibl. arabo-sicula, pag. 582. Questi due versi portano a credere che l’autore sia vissuto nella seconda metà dell’XI secolo, ancorchè la raccolta, in cui Imâd-ed-dîn dice averli trovati, si riferisca alla seconda metà del XII. Pure un musulmano che avesse vista la Sicilia verso il 1150 e poi verso il 1162, avrebbe potuto pensare anche così.