[1089]. La radice di questo vocabolo è sana’, donde i vocaboli “darsena, arsenale, ec.,” e implica sempre l’idea di arte, non men che di lavoro materiale.
Edrîsi dice di que’ sani’, artefici o artisti, nella descrizione de’ citati paesi a pag. 39, 40, 49, 52, 64.
[1090]. Diploma del 21 febbraio 1240, presso Bréholles, Hist. Dipl. Frederici II, tomo V, pag. 764. Dopo la lonza si legge et Tabaccorum; il qual vocabolo, ignoto nella latinità del medio evo, fe’ pensare all’erudito Bréholles, che si trattasse di altri animali, i quali fossero chiamati così per avventura con voce arabica o persiana. Mi sembra assai più naturale correggere: et trabuccorum. Abbiam detto a suo luogo de’ trabucchi, ossia mangani, maneggiati da’ Saraceni di Lucera infino allo scorcio del XIII secolo.
[1091]. Diploma del 15 aprile 1240, presso Bréholles, vol. cit., pag. 905. I tarrasiatores sono: maestro Giovanni, maestro Greco e Abdallah servo. È nominato con loro un maestro Wiccardo tappetarius. Questo tedesco par cameriere più tosto che fabbricante di tappeti, poichè l’ufizio che gli si attribuisce è traduzione letterale dall’arabico ferrâsc, che ci è occorso nel cap. iij di questo libro, pag. 447 del volume, nota 4.
[1092]. Per esempio, il bellissimo scrigno della Cappella Palatina di Palermo e varie scatole di avorio intagliato, una delle quali, proveniente dallo abolito monastero di San Martino De Scalis, è conservata ora nel regio Museo di Palermo. Il dotto M. De Longpérier (Revue archéologique del 1865, articolo intitolato: Vase arabo-sicilien de l’œuvre Salémon), crede anche opera siciliana lo scrigno d’avorio della cattedrale di Bayeux, ornato di borchie d’argento con dorature e lavoro a niello, e segnato d’una iscrizione arabica.
[1093]. Il primo di cotesti frammenti fu donato dalla Casa reale al Museo regio di Palermo; gli altri sono incastrati, tutti capovolti o di traverso, negli stipiti della porta maggiore della chiesa dell’Annunziata de’ Catalani in Messina e in una finestra di quel duomo. Io ho pubblicati i detti frammenti nella Rivista Sicula di agosto 1869, vol. II, pag. 93 segg., 99, 100.
[1094]. Non occorrono citazioni per le prime due parti. Nell’inventario della Cappella Palatina, dato il 1309 (Tabularium, etc. n. LXIII), si legge a pagina 102: “Item cannatam unam de porfido cum manicis, munitam in ore de argento deaurato.” Un altro inventario, citato nella nota 20 dello stesso documento, ha: “Phiala de porfido cum manicis vacua.” Cannata, in siciliano vuol dir gran boccale di terra cotta, con manico e con una scanalatura dal lato opposto, per la quale si versa il vino.
[1095]. La narrazione particolareggiata del ritrovamento sarà data alle stampe dall’ingegnere Giuseppe Patricola, il quale indefessamente lavora a ristorare l’antica chiesa di Giorgio Antiocheno, liberandola dalle goffe appendici dei tempi successivi.
Il motto arabico che si volle imitare parmi: Lillahi-l-molk, “La possanza in Dio è,” frequentissimo negli arnesi musulmani; lo stesso che si legge ne’ vasi di Mazara, di cui nella seguente nota 3.
[1096]. Si vegga Marryat, A history of pottery, etc., London, 1857, 2ª ediz., in-8º, pag. 14 segg; Demmin, Guide de l’amateur des faïences, etc., 2ª ediz., Parigi, 1863, pag. 208 segg.; e lo stesso autore, Histoire de la céramique en planches phototypiques, Paris, 1869, in fol., in corso di pubblicazione.