In quest’ultima opera, molto notevole per le figure, il Demmin (Livraison XIII, pl. 25), tratta della scuola “Siculo-musulmana.” Sventuratamente il preziosissimo vaso di speziale, che, secondo l’autore, risalisce “audelà de la conquete de Roger le Normand (1058)” (sic) ed ha intorno il collo una iscrizione “en vieil arabe, qui veut dire Gloire au Victorieux,” non è de’ tempi normanni; e la supposta iscrizione, nitidissima nella figura, non dice nulla. Essa non è altro che una seguenza di elif e lam e altre lettere arabiche sfigurate, le quali provano, più tosto che la vecchiaia, la morte o l’assenza della lingua araba nel paese ove fu fatto il lavoro. Forse è del XV secolo, come l’altro della stessa tavola e come un altro della tavola 26.
[1097]. Vidi questi due vasi in Mazara, nel 1868, l’uno in casa del nobile uomo e cortese, il signor Giovanni Burgio de’ Conti Palatini; l’altro nella sagrestia della Madonna del Paradiso, piccola chiesa alle porte della città. Sono entrambi di terra cotta, smaltata a foggia di maiolica, alti più di un metro ciascuno, forniti di anse e terminati in punta come le anfore antiche. Somigliano molto, per la forma e per l’opera, l’uno all’altro, ed entrambi per la sola forma, al celebre vaso detto dell’Alhambra. Nella pancia si legge, in grandi e be’ caratteri cufici, lillahi-l-molk; e intorno il collo del vaso Burgio son replicati indefinitamente i due vocaboli “prosperità e compimento:” solito augurio che leggesi nelle iscrizioni ornamentali, sì di Sicilia e sì d’altri paesi musulmani, e che campeggia esclusivamente, con piccola variante, nel vaso dell’Alhambra. Questo per altro ha caratteri neskhi, non cufici: differisce ancora per la distribuzione degli ornati e pel colore dello smalto, ch’è verde, bianco e oro; mentre ne’ vasi di Mazara risaltano sul campo bianco i caratteri e i disegni d’un bel bruno di terra d’ocria, luccicante come se fosse metallo.
[1098]. Ho avuto alle mani quasi un centinaio di coteste stoviglie, nelle collezioni del museo regio di Palermo, museo dell’abolito monastero di San Martino, casa Trabia, professore Salinas, museo Biscari in Catania, casa Pepoli in Trapani. Non ostante la varietà delle forme, de’ punti del colore che in fondo è sempre bianco, e degli ornamenti, tutti graziosi e di gusto arabico purissimo, coteste stoviglie fanno una classe distinta da ogni altra manifattura ceramica antica, medievale e moderna, per la estrema sottigliezza e leggerezza che le fa parere, per dir così, di carta. Del gran numero che n’ho viste, poche avean perduto il marchio di fabbrica; nelle altre ho trovato otto maniere di marchi, la più parte con la data un po’ frusta e col nome dell’artefice o la qualità, ch’è chiamata ’aml tin “opera di terra,” tin mohtawa “terra ritenente” o diremmo noi impermeabile, e tin ’amali “terra plastica.” In altri è il nome d’Ibrahim; in altri quel di Bâlmi, non so se proprio o topografico. Ancorchè Palma, tra il Capo di Scaletta e quel di Sant’Alessio, sia scritta ne’ codici di Edrîsi in modo da doversi leggere Bâlmi, parmi non si possa pensare a questo luogo, sì per la data recente delle stoviglie, e sì perchè l’argilla che vi si trova, come ritraggo dal dotto ed operoso professore G. G. Gemmellaro, non può dare affatto vasi impermeabili, rassomigliando a quella di Sciacca e di Girgenti, che serve a far le stoviglie porose da rinfrescare l’acqua, come la dorrak di Egitto. Debbo avvertire che M. Demmin ha pubblicato uno di questi orcioletti nella citata Histoire, etc., tavola XII, figura 23, tra varie stoviglie egiziane di remota antichità, e senza assegnar data, l’ha attribuito a dirittura alla manifattura di Keneh (Alto Egitto). Aggiungo, a scusa dell’autore, che il vaso, come scorgo dalla nitidissima figura in fototipia, non ha marchio, forse perchè, essendosi spezzato, era stato rattoppato lo sdrucito, come io ho visto in parecchi di cotesti vasi in Sicilia.
[1099]. Fino al 1860 erano comunissime in Firenze le ciotole di rame con iscrizioni arabiche: molti bottegai se ne servivano per tenere gli spiccioli, e i rivenduglioli di antichità le davano a basso prezzo.
L’uso di queste ciotole sembra molto antico in Toscana. Nella vita di San Ranieri, Acta Sanctorum, III, 448 (17 giugno), si legge che una Adaleta da Pisa recò a Ranieri un “urceolum opere saracenico factum,” pregando il brav’uomo di benedir l’acqua che v’era dentro. San Ranieri morì il 1160.
[1100]. Vase arabo-sicilien de l’œuvre Sulèmon, par M. A. De Longpérier, nella Revue Archéologique del 1865.
[1101]. Chabouillet, Catalogue général des Camées, etc., exposés dans le Cabinet des médailles et antiques, Paris, 1858, in-8º, n. 3194, pag. 548. Lo stemma è di Paolo da Roma, arcivescovo di Morreale (1379-1393); onde la coppa si può credere fabbricata in Palermo.
[1102]. Nel capitolo iij di questo libro, a pag. 417 segg. del volume.
[1103]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 407: “Nec vero nobiles illas palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas, ubi, in fila variis distincta coloribus, serum vellera tenuantur, et sibi invicem multiplici taxendi genere coaptantur.... in quibus et sericis aurum intexitur et multiformis picturae varietas, gemmis interlucentibus, illustratur.” Come ognun vede, non ci manca altro che la denominazione arabica di tirâz.
[1104]. Boch (Dott. Franz), Die Kleinodien des heil. romischen Reiches deutschen Nation, etc. Vienna, 1864, grandiss. in fog.