A pag. 210 dello stesso volume si leggono, cavati anche dal romanzo d’Alessandro, i versi ne’ quali si descrive un colpo di lancia sì gagliardo che la punta, passando la corazza, entrò con tutto il pennone, e

Parmi le cors li met l’ensegne de Palierne.

[1122]. Tabularium della Cappella Palatina di Palermo, 1835, nell’inventario della Sagrestia della chiesa di Africa (ossia Mehdia, 1160), pag. 34 segg.; e nell’altro della Cappella palermitana, dato il 1309, pag. 101 segg. Chi volesse ripigliare le orme dell’erudito francese citato nella nota precedente, troverebbe in que’ due diplomi la descrizione e la denominazione di molti drappi, la più parte de’ quali intessuti con figure di animali, e v’ha perfino delle aquile a due teste. V’ha anco dei pallii “con lettere saraceniche;” de’ pallii vergati; altri di “opera di Spagna;” altri cangianti, o con frange, ec.

[1123]. Si veggano i diplomi che abbiamo citati nel libro V, cap. x, pag. 330, di questo volume, nota 1. La domus setae era ben de’ dritti antichi, cioè dell’epoca normanna, e similmente la dohana paliariorum.

[1124]. In arabico si chiaman così i lavoranti o mercatanti di seta. Oggi trascriviamo hariri; ma si può provare con molti esempii che nel medio evo si rendea più volentieri la h arabica con la c nostra.

Anche la voce filugello vien d’Oriente. V. Journ. Asiat., di aprile e maggio 1857, pag. 547.

[1125]. Si veggano i particolari, per l’origine delle manifatture francesi, e per la parte che v’ebbero gli Italiani, in Francisque Michel, op. cit., II, 270 segg. a 278; ed anco pel commercio di seta tra l’Italia e la Francia, nello stesso volume, pag. 261 segg.

L’erudito autore cita, tra le altre autorità, un’antica traduzione francese del Rerum Memorabilium di Guido Pancirolo; ma sbaglia in due punti, poichè attribuisce alla Calabria un fatto raccontato di Reggio dell’Emilia, ed all’erario di Venezia la somma che, secondo il Pancirolo, guadagnava il paese. Ecco la traduzione latina di Enrico Salmuth, che tien luogo del testo italiano, non mai pubblicato. Tolgo il passo dalla edizione di Amberg, 1608, vol. II, pag. 729. Nel capitolo “De textis sericis” il Pancirolo dice: “Annis abhinc 50 in tantum excrevit textura ista, ut Veneta duntaxat regio, singulis annis, 500 millia et vel sola mea patria, quae Rhegium est, 10,000 aureorum, plus vero etiam multo Sicilia inde lucratur: ac uno verbo dicam artificium hoc tamquam unicus jam mercatoribus nervus sit lucri et certissimum laborantium fulcimantum.”

Il Pancirolo, eminente giureconsulto, segnalatosi anco per sana critica nella storia, nacque in Reggio dell’Emilia il 1523; morì professore a Padova il 1599; e scrisse, oltre tanti altri, quel trattato di erudizione per un principe della Casa di Savoia, dalla quale egli era stato chiamato all’Università di Torino.

[1126]. Presso Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. 4, nota 21, squarci di parecchi diplomi del 1266, 1270, 1274, 1280, 1309. La lezione “artis cuthonis,” ch’è nel diploma del 1309, troncherebbe ogni dubbio; ma contuttociò mi par migliore la prima. Secondo il diploma si pagavano in Palermo due dritti diversi, arca (arcus?) cuctonis e caha cuctonis. La voce kâ’ah era ed è usata in Egitto per significare sala, aula e “loggia” a terreno. Il Makrizi, Mowâ’iz, ediz. di B’ulâk, II, 48, dice della kâ’ah dell’oro al Cairo, quella cioè dove si tirava il metallo per lavorare i drappi di seta e d’oro.