[1172]. Lo deduco dal peso delle monete d’oro che ho avute alle mani, e da quello costantemente notato nell’opera dello Spinelli. È da sapere che parecchi diplomi greci o latini di Sicilia del XII secolo contano i valsenti in tarì d’oro da un acino (κόκκος), ovvero “ad granum unum” e talvolta da due grani. Ma si tratta forse del peso, del quale si tollerava la mancanza in ciascun tarì. Altrimenti cotesto acino non risponderebbe affatto al peso chiamato oggi con lo stesso nome di grano o cocciu, il quale, secondo il sistema metrico osservato in Sicilia fino al 1860, e poco diverso dall’antico sistema di Palermo, torna alla sedicesima parte d’un grammo. I tarì pesano sempre un grammo, scarso o traboccante.
[1173]. Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21, dice che Federigo, all’assedio di Faenza (1240), scarseggiando di danari fece fare “una stampa di cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta siccome la valuta di uno agostaro,” ec. e che poi questa specie di cartamoneta fu cambiata in oro.
[1174]. Presso Raynaldi, Annales Ecclesiastici (Lucca, 1747), anno 1239, § xij, tomo II, 213. Si confronti la Vita di Gregorio IX, pel Cardinal d’Aragona, presso Muratori, Rerum Italic., III, parte prima, pag. 584.
[1175]. Ho avute alle mani due monete musulmane di rame, ricoperte, l’una di foglia d’oro e l’altra d’argento. La prima, ch’io vidi nel 1868 presso il sig. Salvatore Struppa in Marsala, porta, con qualche interruzione, la stessa leggenda che il dinar di Harun Rascid del 177, presso Marsden, n. 37: e vi si legge il nome di Gia’far, come nell’incisione del Marsden, il quale poi lo tralasciò, non so perchè, nella descrizione. Ma notisi che il Marsden nella descrizione del n. 36, ch’egli dice simile al 37, fa menzione di un dinar di bronzo del medesimo lavoro. La moneta foderata di argento fu comperata da me in una vendita pubblica a Firenze, nel marzo 1869, per conto della Biblioteca comunale di Palermo, che or la possiede. Ha il nome del califo Mahdi, la data di Bagdad, anno 160, e la leggenda dei dirhem abbasidi, intera e in caratteri molto nitidi.
Si ricordi che Ottone di San Biagio, cap. 42, presso Muratori, Rerum Italic., VI, pag. 899, narra che il 1195 i Musulmani comperarono il castello di Torolts da’ Cristiani che lo difendeano, dando loro “corruptum aurum metallo sophistico, auro in superficie colorato.”
[1176]. Samperi, Iconografia della gloriosa Vergine, ec., Messina, 1644, pag. 615-622, dove è data la trascrizione e traduzione del Padre Kirker, corretta, a modo suo, dal Padre Magri da Malta. Il Gregorio ristampò l’epigrafe nel Rerum Arabicarum, pag. 190, dopo aver dato a pag. 189 altri frammenti che sono murati in una finestra del Duomo di Messina stessa: ed avvertì che in quella città se ne trovava parecchi della medesima fattura. Il Gregorio non era uomo da ripetere la favola del Messala; ma nè egli nè il Tychsen indovinarono una parola de’ frammenti, sia dell’Annunziata o sia del Duomo.
[1177]. Io ho letti alcuni squarci di cotesti versi nel 1868, e li ho pubblicati nelle Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, ni. 3, 4 (Rivista sicula di agosto 1869), aggiungendovi le fotografie. Si vegga nella stessa opera, classe I, n. 5, un frammento di tavola di marmo trovato nel palazzo regio di Palermo, nel quale era intarsiata, a caratteri neskhi di stile diverso, una iscrizione in versi, che somiglia molto, pel concetto e per l’andamento, a quella di Messina.
Cotesta iscrizione dell’Annunziata de’ Catalani, messa lì per caso, ha tratti fuori di via alcuni scrittori di cose architettoniche, come il Gally-Knight, The Normans in Sicily, Londra, 1838, pag. 120 segg. Il Padre Gravina, Duomo di Morreale, pag. 33, ci ha applicato subito il suo supposto delle costruzioni siciliane del VI secolo: onde ha fatta sorgere l’Annunziata de’ Catalani a’ tempi di S. Gregorio e poi l’ha mutata in moschea e nuovamente in chiesa. Qual che sia stata l’origine, la forma attuale torna evidentemente al XIV secolo.
[1178]. Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n. 11, nella Rivista sicula di ottobre 1870. Io lessi per lo primo cotesta iscrizione nell’aprile 1849 e la pubblicai nella Revue Archéologique, Paris, 1851, pag. 669 segg.
Essendo tutto l’edifizio della stessa pietra e fattura del coronamento, nel quale è intagliata la iscrizione, non mi metterò a combattere il supposto di alcuni eruditi palermitani, al quale si acconcia il dotto barone De Schack (Poesie und Kunst, etc., II, 269), cioè che il palagio fosse edificato assai prima, e che Guglielmo II l’avesse ristorato. Tal supposto non ha fondamento storico nè artistico. Debbo qui attestare che il Girault de Prangey, pochi anni dopo aver assentita dubbiamente la comune opinione dell’origine musulmana (Essai, etc., pag. 87 segg.), e due anni prima ch’io leggessi la iscrizione, pensò che la Cuba fosse opera del XII secolo. Trovandomi un giorno a Parigi con lui e col duca di Serradifalco nel 1847, cadde il discorso su la Cuba. Il Serradifalco sostenea con molto calore l’origine musulmana e tra le altre cose allegava l’iscrizione; e il Girault de Prangey, dopo che gli ebbe dette le sue ragioni in contrario, si messe a replicargli ogni volta “Oui, mais c’est normand!”