[1179]. Ho toccato quest’argomento nel cap. iv del presente libro, pag. 491 del volume e più largamente nelle Iscrizioni, ec., classe I, ni. 9, 10 (Rivista sicula di febbraio 1870). Si corregga dunque il supposto ch’io avea messo innanzi, nel libro IV, cap. xij, vol. II, pag. 451.
Tra i molti autori che hanno scritto della Zisa, merita particolare menzione Leandro Alberti, Isole appartenenti all’Italia, Venezia, 1581, fog. 47 verso segg. Il Girault de Prangey, Essai, etc., dicendo a pag. 86 della sala terrena, aveva anche qui indovinata l’età, poich’egli accenna a Guglielmo II.
[1180]. Si vegga il cap. iv del presente libro, pag. 463 del volume. Leandro Alberti, nell’opera citata, fog. 47 verso, ricordò per lo primo questo palagio senza scriverne il nome. “Sono oltre di ciò, egli dice, lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi, col terzo pure in piedi, ma mal condotto per esser hora (prima metà del XVI secolo) habitatione di animali.” I due illustri palagi sono la Zisa e la Cuba, dei quali l’Alberti non descrive che il primo.
Dopo questo viaggiatore, n’ha trattato il professore G. B. Basile dell’Università di Palermo, in due articoli del giornale palermitano La Ricerca, ni. 1, 2 (30 aprile e 9 maggio 1856), e il D. Marzo, op. cit., I, 269.
Io credo s’abbia a dare a questo palagio il nome di Menâni più tosto che quello di Mimnernum, col quale l’hanno designato fin qui gli eruditi siciliani. Questo si legge per vero in alcuni codici, e nelle edizioni del Falcando (veggasi Caruso, Bibl. sicula, pag. 448), ma sembra un po’ strano a sentir presso Palermo un vocabolo che non ha altro significato se non che il nome proprio d’un antico poeta. Il vocabolo, all’incontro, di Minenium è scritto chiaramente nel vetusto e bel codice del Falcando, posseduto dalla Biblioteca di Parigi (Saint-Victor, 1604, fog. 45 recto) e si riconosce anco in un diploma arabico di aprile 1132, serbato nel tabulario del Duomo di Palermo, del quale il Gregorio pubblicò uno squarcio nel suo opuscolo De supputandis apud Arabes siculos temporibus, pag. 44, ed ora l’intero testo è stampato correttamente dal professor Cusa, ne’ suoi diplomi greci ed arabi di Sicilia, vol. I (non ancor pubblicato), pag. 6 segg. Per cotesto atto un musulmano di Palermo permutava una parte dell’acqua dell’Ain-el-Menâni con le acque dell’Ain-el-Farkh e dell’Ain-el-Bottiah, possedute da un altro musulmano; le quali sorgenti eran tutte “nelle regioni occidentali di Palermo” e la prima irrigava la campagna detta Burg-el-Battâi, della quale sappiamo altresì il sito da Ibn-Haukal, nella Biblioteca arabo-sicula, testo pag. 9, e nel Journal Asiatique di gennaio 1845, pag. 29.
È da notare che questo castello non comparisce tra’ siti reali dell’agro Palermitano, notati ne’ diplomi di Federigo imperatore, nè di Carlo d’Angiò. Direbbesi che fosse stato distrutto innanzi il XIII secolo: e forse nella battaglia del 21 luglio 1200, la quale cominciò per l’appunto in quei luoghi, come si vede dal cap. vij di questo libro, pag. 580.
[1181]. V’ha buona ragione di credere che questo castello, col suo bagno, di cui rimangono gli avanzi, col suo parco e col lago artificiale or disseccato, sieno opera dell’emir kelbita Gia’far (997-1019). Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, a pag. 350 del vol. 2, e il lib. V, cap. iv, a pag. 120 del presente volume. Eran proprio questi “il palagio e i deliziosi giardini irrigati d’acque e ricchi di frutta,” i quali, al dir dell’Amato, furono occupati dal conte Ruggiero, quando sboccò nell’agro Palermitano il 1071.
Degli avanzi di Maredolce han trattato, nelle opere citate, il Gally-Knight, a pag. 305; l’Hittorf, a pag. 6 (tavola LXXIV, fig. 2); il Girault de Prangey, pag. 92; il Di Marzo, vol. I, pag. 270 e segg.
[1182]. Il Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 188, pubblicò un pessimo disegno della iscrizione cufica che si vedeva al sommo delle mura e ch’ei non si provò a tradurre; nè io lo tenterò senz’altro aiuto che quella incisione. Il Gregorio aggiugne esser molto belli i caratteri ed aver l’edifizio l’apparenza di molta antichità; ma non dice che l’abbia veduto egli stesso. Il Girault de Prangey, op. cit., pag. 93, e tavole VII e XIII, n. 4, diè l’interno de’ bagni e una bella copia d’un brano della iscrizione, i cui caratteri direi molto antichi, se la paleografia cufica desse prove certe de’ tempi. Ma poichè mi si dice sia cascata giù, fin da molti anni, l’iscrizione, non possiamo sperare per ora, nè forse mai, di arrivare all’origine di quel monumento. Si vegga anco il Gally-Knight, op. cit., pagina 324. Del resto il disegno della sala principale del bagno somiglia molto a quello del bagno di Palma in Maiorca, che ci dà il Girault de Prangey, op. cit., tavola II: e le differenze sono gli archi, acuti a Cefalà ed a ferro di cavallo in Palma, e il lavoro assai più delicato nel primo che nel secondo di quegli edifizi.
[1183]. Si è discorso degli avanzi di questa porta nel libro V, cap. iv, pagina 128 del presente volume, nota 2. Dopo avere scritto quel capitolo, mi è occorso di visitare io stesso nel 1868 la chiesa della Vittoria, in compagnia dell’architetto dottor Cavallari, e vi sono ritornato nel 1871. Io ho riconosciuta la esattezza delle notizie che me ne diè dapprima il dotto professore Salinas, le quali io usai nella nota. Ho veduta di più, mostratami dal Cavallari, la faccia esteriore di questa porta dal lato del vecchio muro della città, al quale è ora addossata una casuccia che risponde sulla piazzetta chiamata della Vittoria a’ Bianchi, e vi si distingue benissimo l’arco acuto, ora tutto ripieno e ragguagliato alla faccia della parete. Dall’altra parte del vecchio muro sta la chiesa della Vittoria; nella quale la prima cappella, a destra di chi entri dall’ingresso maggiore in piazza dello Spasimo, risponde per lo appunto all’antica porta. La metà superiore della qual cappella è occupata dall’affresco ch’io già descrissi, moderno e ritoccato in tempo ancor più recente. Ma nella metà inferiore, e per l’appunto dietro l’altare ch’ora è congegnato in guisa da scostarlo quando si voglia, veggiamo la metà inferiore d’una antica e robusta porta di legno, la quale è da supporre conservata fin dall’XI secolo; e tanto più lo dobbiam credere dell’arco acuto, il quale potrebbe anco risalire alla fondazione della Khalesa, cioè al X secolo. Avvertasi che rimangono avanzi robustissimi ed antichi di costruzione, tanto in altra parte della chiesa, quanto in una casipola attigua su la piazza dello Spasimo.