[1269]. Bibl. arabo-sicula, testo pag. 10, e traduzione nel Journal Asiatique di gennaio 1845, pag. 93.

[1270]. Si vegga il libro V, cap. iij, pag. 103, di questo volume.

[1271]. Si è mostrato in principio di questo capitolo, pag. 819, nota 2, che tra le due lezioni del Falcando è da preferir quella di Minenium, la quale torna al nome della fonte El-Menâni, citata nel diploma arabico del 1132.

A me par che lo stesso nome siasi dato a tutto il chiuso, e che questo, movendo dalle mura della città, abbia oltrepassata la costa dove il nome di Parco, dato al comune moderno, attesta l’antica qualità del luogo; e similmente chiamasi Parco vecchio un monte vicino. E che il chiuso incominciasse proprio dalla città, si vede dal Fazzello, il quale dice che al suo tempo chiamavan Parco il giardino regio dov’era la Cuba e la loggetta del giardino Napoli, sormontata di cupola. La quale, giacendo tra la Cuba e l’Altarello di Baida, ci fa parer molto verosimile che nel XVI secolo il giardino regio arrivasse infino al castello di Menâni. Nel XII v’era compresa al certo la Zisa. Ciò dalla parte della città, ch’è a dire a levante. A ponente prendea, senza dubbio, il monte Caputo e tutta la costa ove poi sorse Morreale.

Da libeccio poi e mezzogiorno il chiuso abbracciava il territorio di Rebuttone e correva in mezzo agli odierni comuni di Parco e di San Giuseppe Iato. Rebuttone è nome di un gorgo d’acqua (nella carta dello Stato Maggiore pubblicata il 1870, per erronea trascrizione, in vece di Gorgo, in siciliano gurgu, fu messo Urvo di Rebuttone). Rebuttone s’addimanda parimente una vecchia torre, lontana parecchie miglia dal gorgo, e così anco i luoghi di mezzo, i quali giacciono a levante dello stradale che mena dal Parco alla Piana dei Greci, dieci o dodici miglia lungi da Palermo. Or questo Rebuttone è corruzione di Rahl-Butont, casale appartenente nel XII secolo allo Spedale di San Giovanni de’ Lebbrosi, come si scorge da un diploma di Guglielmo I, dato di maggio 1156, pubblicato dal Mongitore, Sacrae Domus Mansionis.... Monumenta cap. xiij; citato altresì dall’Amico nelle note alla Sicilia Sacra del Pirro, fog. 1345 recto dell’edizione del 1733. Leggiamo in questo diploma “Casale Butont in contrata Mennani.” Da un’altra mano, il diploma arabo-latino del 1182, il cui testo latino fu pubblicato dal Lello, Monastero di Morreale, appendice di Privilegii e Bolle, ed è stato ristampato, insieme col testo arabico, del professor Cusa ne’ Diplomi arabi e greci, volume I (non ancora uscito alla luce), nella descrizione dei confini del territorio di Giato con quel di Palermo, ha che il territorio di Giato salisce alla torre detta Elfersi “et pervenit ad murum parci et vadit per murum murum usque ad portam putei, etc.” (Lello, pag. 9; Cusa, pag. 180, lin. 23). Ma il testo arabico, dal quale senza dubbio fu cavato il latino nel XII secolo, ha in riscontro del luogo latino che abbiamo stampato in corsivo (Cusa, pag. 203, lin. 12) le parole ila haiti hauzi l mebâni, che suonerebbe “al muro del chiuso degli edifizii:” e ciò mi par si accordi assai male con l’”ad murum parci;” oltrechè non sembra punto verosimile che una foresta cinta di mura si chiamasse “Chiuso degli edifizii.” Ma trasponendo nello stampato un punto diacritico, il quale non si trova nell’originale, e se si trovasse turberebbe poco assai chi ha pratica di manoscritti arabici, trasponendo io dico un punto, si leggerà in luogo di mebâni la voce menâni, la stessa del diploma arabico già citato del 1132, la stessa che si legge in latino nel diploma del 1156: e si comprenderà come il parco ampliato da re Ruggiero abbia preso il nome dalla sua villa, o castello che dir si voglia; poichè la Zisa e la Cuba non erano ancor fabbricate e Maredolce giacea lungi a levante.

Ecco finalmente, per dare un’idea precisa di quel gran barco, le parole di Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rer. Italicar., tomo VII, pag. 194, anno 1149: “Interea Rex Rogerius.... Et ne tanto viro aquarum et terræ deliciæ tempore ullo deessent, in loco qui Fabara dicitur, terra multa fossa pariter et effossa, pulchrum fecit vivarium, in quo pisces diversorum generum de variis regionibus adductos jussit immitti. Fecit etiam juxta ipsum vivarium pulchrum satis et spaciosuin ædificari palatium. Quosdam autem montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parchum deliciosum satis et amœnum, diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi. Fecit et in hoc parcho palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per conductos subterraneos jussit adduci.” E sembra questa per l’appunto l’acqua della fonte El-Menâni.

[1272]. Si ricordi il luogo del Makrizi, citato in principio del presente capitolo, pag. 829, nota 3.

[1273]. Si vegga il libro IV, capitoli iv, vij, a pagine 270 e 330 del secondo volume.

[1274]. Si veggano i capitoli ij, ix, xij del presente libro, pag. 426, 649 segg., 652, 654, 809 del volume.

[1275]. Si vegga il noto passo di Leone d’Ostia, con le osservazioni che v’ha fatte di recente il Caravita, I Codici e le Arti a Monte Cassino, vol. I, pag. 488 segg., sostenendo che le arti del mosaico e del bronzo non erano spente in Italia, e che gli artisti, che chiamò di Costantinopoli l’abate Desiderio per lavorare a Monte Cassino, non fecero risuscitare quelle arti, ma soltanto contribuirono a perfezionarle.