[1292]. Bekri, testo di Parigi, pag. 29, e versione francese del baron De Slane, nel Journal Asiatique di ottobre 1858, pag. 485. Si confronti la versione del Quatremère, nelle Notices et Extraits, XII, 480; e l’altro testo arabico, Description de l’Afrique, etc., del prof. A. De Kremer, Vienna, 1852, pag. 8.
[1293]. Si veggano le citazioni nel V libro, cap. v, a pag. 140 di questo volume.
[1294]. Edrîsi descrive questo congegno nell’articolo di Merida, edizione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 182 del testo, e 221 della versione; dov’è citato in nota l’uso che se ne fa a Costantinopoli e nell’Affrica settentrionale.
Il verbo giarr in Arabico vuol dire “trarre,” e forse da ciò venne il nome in Sicilia; poichè in Spagna i pilastri si chiamavano altrimenti. Occorre nella storia della Mecca di Azraki, edizione del Wüstenfeld, Stadt Mekka, I, 478, il nome El-Giarr o El-Giorr, dato a un ricettacolo d’acqua piovana sul monte Ahmar, dal quale ricettacolo l’acqua scorreva in un secondo detto mizâb, che significa canale o gronda.
Oltre a questo la voce arabica giarra s’applica in Sicilia a’ grandi vasi di terra cotta usati ordinariamente a serbare l’olio; si dice anco del vasellino da prendere sorbetti: e in questo significato di vaso piccolo o grande con bocca larga l’abbiamo in italiano con le varianti giara e giarro, e s’è fatta strada in tutte le lingue d’Europa.
[1295]. Si vegga l’articolo Alcaduz nel Glossaire dee mots espagnols, etc., de’ signori Dozy e Engelmann. Il significato di “doccia” è cavato dal Bekri, celebre scrittore spagnuolo dell’XI secolo, e quel di “secchia” è comune all’arabo orientale. Aggiungo l’autorità del “Vocabulista in arabico,” Firenze, 1871, nel quale Kaidûs è reso “canalis.” I Siciliani han serbato il κάδος e “cadus” in catu, ossia secchia; ond’è più certa la provenienza arabica di “catusu.” Nell’uno come nell’altro vocabolo, la d è mutata in t, come per altro è avvenuto ne’ derivati toscani “catino, catinella, ec.”
[1296]. Diploma di aprile 1132, pubblicato in parte dal Gregorio e per intero dal professor Cusa nei Diplomi arabi e greci (non ancora uscito alla luce), pag. 7, lin. 7 ed 11. Darb in origine significa porta, o sportello. Delle altre misure d’acqua corrente usate in oggi, non direi che fosser tutte derivate dall’arabo. E son queste: Zappa = 4 darbi, = 16 aquile o tarì = 48 dinari = 336 penne. Ma zappa si potrebbe riferire alla radice arabica sabba; tari e dinar sembrano venuti dal greco e dal latino per mezzo della lingua arabica. In due diplomi della Magione, dati del 1197 e del 1219 presso Mongitore, Sacrae Domus, etc., Panormi, cap. iv, si trova una misura d’acqua corrente detta palma, che sembra rispondere alla zappa.
[1297]. Il dotto professore Carlo Maggiorani ha letta nella Accademia dei Lincei il 10 dicembre 1871 una memoria su l’antropologia della Sicilia, dalla quale duolmi non poter trarre insegnamento sul nostro subietto, perchè risguarda più particolarmente il periodo anteriore al conquisto romano.
[1298]. Epistola di Gregorio IX a Federigo II, data di Anagni il 27 agosto 1233, e risposta del 3 dicembre dello stesso anno, presso Bréholles, Cod. Dipl. Friderici II, tomo IV, pag. 452 e 457, de’ quali documenti il primo è stato già citato da noi nel cap. viij del presente libro, pag. 612 nota. Il papa avea scritto de’ Saraceni di Lucera: “italicum idioma non mediocriter, ut fertur, intelligunt;” e Federigo rispose positivamente: “qui intelligunt italicum idioma.”
[1299]. Libro V, cap. viij, pag. 205 a 210 di questo volume.