[1335]. Si avverta che il buon Morso, op. cit, pag. 406, nelle note 21, 22 e 23 de’ diplomi, non sembra niente certo che il transunto di quello del 1153 fosse contemporaneo. Mentre il testo ha la data costantinopolitana del 6662, il transunto scrive a dirittura, in lettere, 1062, prendendo le diecine e le unità di quell’èra e ponendo a caso le prime due cifre; la quale disgrazia non potea succedere di certo ad un contemporaneo. Inoltre i nomi de’ testimoni son tutti sbagliati: indi la presunzione che lo scrittore abbia saputo malissimo il greco; e si potrebbe scendere al XIV o XV secolo, la qual data non sarebbe disdetta dall’ortografia nè dallo stile.

Nell’altro diploma non c’era data da sbagliare; ma i nomi furon guasti del pari nel transunto ch’io crederei dello stesso tempo di quel primo. Avverto che nè il primo nè il secondo de’ due lodati scrittori è scevro di dubbi. Il Vigo non giudica pro nè contro; il Di Giovanni domanda “uno studio un po’ accurato su la grafia delle pergamene.”

[1336]. Il signor A. Springer, nella erudita dissertazione, Die Mittelalterische Kunst in Palermo, sostenne trovarsi in alcune di quelle leggende non dubbii vestigii del dialetto siciliano. All’incontro il signor Fr. W. Unger, in una bella critica di cotesto scritto, uscita nei Göttingen gelehrte Anseigen del 1869, ha mostrato, a pag. 1596, che coteste forme non son altro che abbreviature del latino. E per la più parte egli ha ragione; tanto più che l’apparente desinenza italiana “plasmavi, adoravi, ec.” non converrebbe alla terza persona del perfetto, che qui è manifestamente adoperata. Ma “Èva serve a Ada.... ucise frate suo.... fuge in Egitto.... la quarantina.... battisterio....” han forma precisamente italiana.

[1337]. Si potrebbe forse eccettuare la forma frequentativa, come casa casa (per la casa), muru muru (lungo il muro), ciumi ciumi (lungo il fiume), ec.; ma è usata anco in altre lingue. Il randa a randa della lingua illustre è originale o copia del siciliano ranti ranti.

Oltre a ciò l’uso siciliano del passato rimoto in luogo del passato presente si potrebbe riferire alla lingua araba, la quale salta dal perfetto all’aoristo, ed ama poco le gradazioni dei tempi. Ma ciò non basta per dir che in due lingue si somigli la conjugazione de’ verbi.

[1338]. “Taliari” (guardare) dall’arabo tala’, ha mutata l’ain nell’a del dittongo. Si sente poi perfettamente nel siciliano “tale’,” imperativo dello stesso verbo.

[1339]. Dar-es-sena’h, oggi “arsenale” e “darsena,” si scrivea arzanà al tempo di Dante, e si pronunziava tarzanà in Palermo, dove credo che alcun uomo del volgo lo pronunzii ancora così, e dove l’antica forma resta integra nel nome di una strada vicina alla Cala.

[1340]. Senza risalire fino alla Dissertazione XXXIIIª del Muratori, voglio ricordare che nella Proposta di Vincenzo Monti, vol. II, parte 1ª, Milano, 1829, uscì una breve lista de’ vocaboli italiani derivati dall’arabico. Men felicemente ne diè un’altra il Wenrich, nel Rerum ab Arabibus in Italia.... gestarum, pag. 309 segg. In ultimo n’ha pubblicati de’ saggi il signor Enrico Narducci da Roma, nel 1858 e nel 1868.

Pel siciliano in particolare non conosco altro lavoro che quello dell’Abela, il quale nell’opera su Malta ricordata dianzi dà, in appendice alle voci maltesi, sedici vocaboli siciliani derivati dall’arabico. Parmi ch’egli abbia imberciata l’etimologia in tutti quelli ch’io ho intesi. Due o tre non li conosco altrimenti che pel Pasqualino, filologo dei secolo passato, il quale li cavò da più antichi glossarii manoscritti, e quattro non li trovo nemmeno nel copiosissimo dizionario del signor Traina ch’è in corso di stampa. L’avvocato Giuseppe Picone ha dato, non è guari, un altro saggio di etimologie arabiche nella Vª delle elaborate sue Memorie storiche agrigentine, ma non posso accettare tutti i suoi giudizii.

[1341]. Si vegga la noia del Dozy alla seconda edizione del Glossaire des Mots espagnols et portugais dérivés de l’Arabe, par MMr Dozy et Engelmann. Paris, Leida, 1869.