— Io vi dirò — disse Carmine con voce rotta, quantunque si fosse alquanto riavuto — che ne fu del figlio che ella mise al mondo e che mi confidò prima di morire.

Il duca di Fagnano a queste parole vacillò come se stesse per venir meno, e balbettò guardando con occhi smarriti il vecchio Carmine:

— Un figlio?... mio figlio, mio figlio!... Morto anch’esso, non è vero? morto anch’esso!...

— Ei vive, ei vive! — esclamò Carmine con occhio sfavillante.

— Che hai tu detto, che hai tu detto? — gridò il duca, divenendo pallido e precipitandosi sul vecchio.

— Ho detto che vostro figlio vive, vive, ed è qui, qui, a pochi passi da voi.

— Ma non m’inganni tu, non m’inganni? Mio figlio vive ed è a pochi passi da me, il figlio di Rachele! Dio mio, Dio mio, ma è un sogno questo, è un sogno?!

— Ecco — continuò il vecchio, porgendo al duca una lettera, la cui carta giallognola e i caratteri dell’indirizzo sbiaditi attestavano che da gran tempo era stata scritta — ecco la lettera che ella mi consegnò col bambino.

Il duca prese con mano tremante la lettera che Carmine gli porgeva, l’aperse si diede a leggerla, mentre copiose le lagrime gli sgorgavano dagli occhi.

— Dov’è mio figlio, dov’è mio figlio? — proruppe di un tratto, acceso in volto da pallido che era, così che Carmine ne fu spaventato. Aveva compreso di aver commesso una grande imprudenza col rivelargli così di botto tutta intera la verità, egli che il giorno innanzi aveva avuto tanti scrupoli.