— Siete voi che avete chiesto un’udienza per ricordarmi cose assai gravi concernenti un triste periodo della mia vita?
— Non mi riconoscete, Eccellenza, non mi riconoscete? — balbettò Carmine, il quale aveva sperato che il duca al primo vederlo gli movesse incontro con le braccia aperte.
— No — rispose il duca continuando a fissarlo.
— Ma io sono Carmine... Carmine, intendete Eccellenza? Colui che quella notte, con Pietro il Toro vi fece da testimone....
Il duca non lo lasciò proseguire; si alzò di botto, e sopraffatto dall’emozione si avvicinò al vecchio, gli mise le mani sugli omeri, e come il ricordo si andava in lui ridestando, il viso esprimeva una gioia profonda.
— Sì, sì — disse infine con voce soffocata — ti riconosco ora, ti riconosco!
In così dire gli occhi gli si velarono di lagrime. Non era solo a ricordare quella poveretta, l’unico dolce e grande amore della sua vita! Quell’uomo al certo avrebbe potuto parlargli di lei, ne aveva forse raccolto le ultime parole, veniva forse a compiere l’estremo volere della moribonda. Quell’uomo lo rannodava al suo amore, ne rendeva più viva la memoria, e a lui pareva che l’ombra della infelice Rachele si delineasse innanzi a’ suoi occhi e gli sorridesse.
— Parla, parla — soggiunse. — È lei che ti manda, non è vero, è lei?
Il vecchio assentì col capo non potendo profferir parola.
— Vieni, vieni, siedi qui, presso a me — disse il duca costringendo a seguirlo. — Credevo che la morte avesse mietuto tutti coloro che avevan preso parte a quel triste dramma della mia vita. Tu mi dirai dove l’han sepolta, tu mi dirai quali furono le ultime sue parole, tu mi dirai come scorsero i tristi giorni di quella martire.