— Ma — rispose con voce incerta — bisogna che vi narri... bisogna che sappiate...

— Poi poi mi narrerai ciò che debbo sapere... Adesso voglio veder mio figlio, intendi? mio figlio!

Soffocava dalla gioia. Tutto un miraggio di felicità domestica gli si spiegava dinanzi. Un figlio era il premio ineffabile ai tanti dolori da lui sofferti, era la felicità degli anni che ancora gli restavano da vivere. Non solo la casa, non solo le terre, non solo il titolo degli avi aveva ricuperato, ma la provvidenza gli aveva serbato anche una famiglia il cui ceppo sarebbe stato il figliuol suo. Tutta la sua vita era stata un isolamento al quale scarso compenso offrivano gl’ideali politici da lui vagheggiati per la libertà dei popoli. Non era più solo adesso, e tutta la felicità sognata nella giovinezza allorchè aveva legato al suo destino una povera creatura, tornava a sorridergli ineffabilmente.

— Hai detto che è a pochi passi da me... È fuori dunque nell’anticamera?! — gridò come se di un tratto gli fosse balenato il vero.

E si precipitò verso l’uscio; con agilità giovanile aperse la porta e guardò.

— L’ho fatta grossa, l’ho fatta grossa! — mormorava Carmine che era rimasto come intontito.

All’apparire del Commissario civile il sergente si era alzato e con lui si era alzato il prigioniero.

Il sergente si avanzò e piantandosi militarmente innanzi al Commissario che senza badargli volgeva intorno ansioso lo sguardo disse:

— Che Vostra Eccellenza mi perdoni... So di aver contravvenuto alla consegna nel condurre qui libero e sciolto il capo della banda... ma egli è un valoroso, come Vostra Eccellenza sa, e mi ha dato la sua parola d’onore che non tenterà di fuggire. Se ho mancato gli è che non so fare il carceriere, non avendo fatto in vita mia che il soldato.

— Ma — disse il Commissario che frugava con lo sguardo per gli angoli dell’anticamera tra sorpreso e deluso per non veder colui che si aspettava — non era qui con voi anche... un giovane?