— No, nessun altro, fuor di me e del prigioniero che fa onore alla sua parola, e perciò se ho mancato merito che la pena sia lieve.

Solo allora il Commissario si accorse di capitan Riccardo che si era tenuto in disparte senza iattanza e senza umiltà. Quantunque lacero nelle vesti che ancora serbavano le tracce del sangue rappreso, l’aspetto ne era pur sempre nobile e bello.

— Oh! — fece il duca trasalendo, chè nel viso del prigioniero rivedeva i tratti di un altro viso, quello di una soave creatura che era stata l’unico amore della sua vita.

— A prescindere — continuò il vecchio sergente — che gli ho promesso di essere io, proprio io, a comandare il fuoco allorchè...

Il duca di Fagnano era pallido come un morto. Nello sguardo che figgeva sul prigioniero ci era tanta densità di pensiero, un così complesso sentimento di gioia, di trepidanza, di dolore che il giovane se ne sentì turbato. Non era lo sguardo severo e indagatore del giudice, non quello ardente d’odio del nemico, non lo sguardo compassionevole di chi deplora il fatto inesorabile che condanna a morte una giovane vita: ci era negli occhi di quell’arbitro del destino di lui un complesso di sentimenti che lo sorprese.

Il duca di Fagnano, senza rispondere al sergente, del quale forse non aveva compreso le parole, si rivolse al prigioniero e gli disse facendosi da parte:

— Entrate.

Capitan Riccardo entrò. Sapeva bene che sarebbe uscito da quella stanza per muovere al luogo dell’estremo supplizio; però il suo contegno, senza cessare d’esser fiero, era tranquillo e franco. Quando vide Carmine che dal mezzo della stanza in cui fin allora si era tenuto immobile aspettando gli eventi, gli moveva incontro con le braccia aperte, sorrise.

— Coraggio — gli disse con voce sommessa. — Dovevi esserci preparato alla mia sorte. So bene che mi fucileranno, perchè per dare un esempio...

— Ma no, ma no! — balbettava il vecchio, quantunque non ben sicuro.