— Carmine! — esclamò il giovane — Carmine, il mio benefattore, colui che pur essendo poverissimo spezzò con me il suo pane, divise con me il suo tugurio? Se lo conosco! Ma io, che nulla debbo a chicchessia, io che fui abbandonato fra gli sterpi d’un bosco da mia madre, io che forse per un brutale capriccio fui messo al mondo da un uomo senza cuore, a cui importava poco che il figlio suo divenisse pasto delle fiere o, perchè nato dal vizio, si desse al vizio per finire sulla forca o fucilato come sarà fra breve, non ebbi carezze che da quel vecchio, non ebbi pane, non ebbi vesti, non ebbi buoni consigli che da quel vecchio, che giunse a vendere i suoi poveri arredi per pagare il maestro che m’insegnò a leggere, che vendè l’unico ricordo lasciatogli da sua madre, un anellino d’oro, per pagare le medicine quando fui malato!

Il duca di Fagnano l’ascoltava visibilmente sopraffatto da emozioni diverse, quando il giovane s’arrestò, colpito da un triste pensiero. Perchè il suo giudice lo interrogava sul vecchio Carmine? credeva forse un complice? Quell’aria inesplicabile che avrebbe potuto dirsi più che di bontà, di interesse profondo per lui, nascondeva forse un tranello? Si voleva forse coinvolgere anche il suo benefattore nelle colpe che i nemici gli attribuivano, e per le quali sapeva bene che sarebbe stato punito con la morte?

— Però — aggiunse con risoluto accento — non fu lui ad indurmi a prendere le armi per difendere la causa del diritto e la indipendenza del mio paese. Egli avrebbe voluto far di me un contadino umile e tranquillo, pieghevole a tutte le schiavitù, anche a quella che ci si vuole imporre in nome della libertà e della uguaglianza! Fu il mio cuore di calabrese che a tanto m’indusse; fu il veder le nostre donne violate, le nostre chiese profanate, la brutalità soldatesca sbrigliata a danno della mia gente! E se questo non vi basta, fu il mio ardor giovanile insofferente d’una vita senz’aria e senza luce; fu l’anima mia anelante di riparare all’avversità del destino che mi fece nascere col marchio dell’onta di mia madre e dell’infamia di mio padre sulla fronte. Lo so, io sono per voi e per i vostri soldati un brigante di cui bisogna depurare la società offesa; pure, ho sempre combattuto a viso aperto, petto contro petto, cuore contro cuore, non meno lealmente e forse non meno valorosamente di coloro che il vostro Bonaparte ha fatto principi e baroni. Ed ora che v’ho detto ciò, signor Commissario, ordinate che mi si fucili.

— Figlio, figlio mio! — gridò il vecchio che aveva gli occhi gonfi di lagrime e gittandosi al collo del giovane.

Il quale era retrocesso come istupidito.

— Che dite, signore, che dite? — balbettava, non sapendo se dovesse sottrarsi ai baci, alle carezze di quel suo giudice che gli parve percosso da subita follia.

— Dico — gridava il duca tra i singhiozzi — dico che tu sei mio figlio, che nelle tue vene scorre il mio sangue, che la tua anima è parte della mia. Dico che negli occhi tuoi ritrovo la luce degli occhi di quell’angelo che fu tua madre. Tu non la vedi, ma ben la veggo io su noi che ci sorride beata perchè essa, essa ci ha ricondotto l’uno all’altro. Oh sì, sì, Dio, tu esisti, nella Provvidenza, nella Bontà, nella Misericordia infinita.

— Calmatevi, via — diceva il giovane, sempre più persuaso che il vecchio avesse dato di volta. — Forse una fortuita rassomiglianza con un vostro figliuolo vi fa dire parole assai strane. Io, ahimè, non sono che il capitan Riccardo.... potrei anche dire il colonnello Riccardo, capo di una delle bande che difesero il castello.... e mia madre... oh, mia madre avrebbe male scelto il momento di uscir dal sepolcro, se essa non è ancor viva, per sorridere al figliuolo che dovrà essere fucilato fra poco!

Il vecchio lo teneva ancora stretto fra le braccia mentre Riccardo parlava tentando con dolce violenza di liberarsene.

— Come, come dubitarne? — diceva il duca di Fagnano trasfigurato dalla gioia. — Tanta nobiltà di sentimenti, tanta fierezza di linguaggio, anco se nel tuo viso non riscontrassi i lineamenti della mia povera morta, ti direbbero mio figlio, ti direbbero figlio di lei. Tu mi credi folle, non è vero? Tu non puoi darti conto del mio linguaggio! Lo comprendo. Ma vedi, vedi le mie lagrime, guardami negli occhi.... È tuo padre, intendi? che ti parla così. Non io ti abbandonai, non lei povera creatura, ti abbandonò. Non mi credi tu, non mi credi? Ebbene, dimandane a Carmine, dimandane a un certo Pietro il Toro che devi ben conoscere. Tu sei mio figlio, mio figlio, capisci?