Riccardo infine comprese che quell’uomo, quel suo giudice volgeva proprio a lui le parole; lo guardò per un pezzo in silenzio, contenendosi quantunque sentisse il cervello in tumulto.

— Voi mio padre, voi? — disse infine — Ma chi siete voi, o signore, chi siete?

— Non te l’han detto? Non ti han detto che io sono il duca di Fagnano, il vero duca di Fagnano?

— Colui che fuggì in Francia, colui che si disse morto?

— Sì, sì, e che ora è tornato, è tornato, riconosciuto nei suoi dritti dal nuovo governo, investito del potere supremo.....

Il giovane rimaneva ancora incerto e perplesso. Era così strano quel che gli accadeva! Si guardava intorno come smemorato. Ricordava le parole che gli aveva rivolte il vecchio Carmine nell’anticamera, le quali gli confermavano la verità di quel che aveva inteso. Pure si credeva in preda ad un sogno, quantunque i suoi sensi testimoniassero della realtà. Cercò di riordinare le idee: si sciolse dolcemente dalle braccia che lo tenevano avvinto, e con uno sforzo supremo di volontà giunse a calmarsi, a riacquistar la padronanza di sè stesso.

— Perdonatemi — disse al duca che lo contemplava con un ineffabile sorriso di beatitudine, mentre calde lacrime continuavano a scorrergli dagli occhi. — Capite che.... non ero preparato a tale rivelazione. Se io sono vostro figlio, come dite, occorre che sappia.... che mi sia svelato il mistero. Finora ho pensato a mia madre.... a mio padre, con rammarico, se non con avversione. Non vi nascondo che mi struggevo dalla vergogna e che ogni donna, ogni uomo del mio paesello, del quale per l’età avrei potuto esser figlio, mi metteva nel cuore uno sgomento. Sono essi forse che mi abbandonarono, pensavo: sono essi che mi negarono il loro nome, che per preservarsi dall’onta o per sottrarsi ai fastidii della paternità, mi gittarono come un cane in un bosco, sperando che i lupi e le volpi mi divorassero. Capirete dunque signor..... signor duca, che mi occorre un po’ di tempo perchè mi abitui al pensiero che ho anche io un padre, che ebbi anche io una madre, che ho anche io un nome, io il trovatello, io il miserabile, io il bandito che fra poche ore avrò il petto forato dalle palle francesi!

— Figlio mio, figlio mio! — gemeva il vecchio, al quale le parole di Riccardo producevano un ineffabile dolore.

— Sedete, signor duca — disse il giovane con voce calma e severa — e narratemi la vostra storia, se ci è una storia da narrarmi.

Parve che le parti fossero invertite. Il giudice freddo, inesorabile era il giovine che sedette sulla seggiola lasciata vuota dal duca.