— Che importa a me, che importa? I Bonaparte mi debbono pur qualcosa. Senza di me e dei miei amici la Convenzione avrebbe condannato a morte colui che è oggi l’Imperatore dei francesi. Vita per vita dunque. Egli sa che ancor noi possiamo qualcosa, che gli antichi spiriti repubblicani non sono del tutto spenti. Ti manderò a lui: egli farà di te un colonnello, per farne poi un generale, un maresciallo di Francia. Ha buoni occhi, non dubitare. Un duca di Fagnano maresciallo dell’Impero vale quanto un umile borghesuccio di Ajaccio sovrano d’Europa. Ma non si parli più di questo: abbiamo tante tante altre cose da dirci! Non tornerai più nella tua prigione. Ti prenderò sotto la mia garanzia. Sai tu che io posso quel che voglio e che delle azioni mie non debbo dar conto che all’Imperatore?
Il vecchio sfavillava di gioia nel dir ciò: sì era avvicinato al prigioniero e lo veniva carezzando con mano febbrile, sollevandone i capelli per ammirarne l’ampia fronte, brancolando, per così dire, pel volto, pel petto, come se non gli bastasse la vista, l’udito, come se volesse rendersi saturo del figlio suo.
Questi però restava muto e pensoso, quasi la tenerezza in lui fosse combattuta da un pensiero funesto.
— Otterrò un decreto — disse il duca — col quale sarai riconosciuto per mio legittimo figlio, erede del mio nome e de’ miei beni.
Il giovane trasalì e scuotendo il capo rispose:
— No, padre mio, no... È troppo tardi!
— Che intendi dire, che intendi dire? — gridò il duca sconvolto da tali parole.
— Intendo dire, padre mio, che ad ognuno il destino traccia la sua vita: la mia è già segnata e bisogna che la percorra per intero. Da quel che ho compreso, fu il fratel vostro che usurpò i vostri beni e il vostro titolo... Egli ha una figliuola, pia, bella, soave come un angelo. Io non voglio che ella sia colpita, ella innocente e che ignora forse le colpe di suo padre. Eppoi, ci è un’altra ragione: io ho promesso, intendete? ho dato la mia parola d’onore di raggiungere in Sicilia la mia Regina. Se voi dunque come Commissario civile investito di pieni poteri, mi farete grazia della vita, io vi lascerò per andare dove il dovere mi chiama.
— Tu deliri, tu deliri, o io non ho compreso bene — proruppe il duca. — Andresti in Sicilia a raggiungere la tua Regina? Ma sai tu chi sia la donna alla quale, come dici, ti lega un giuramento? Sai tu che lei, lei soltanto è la causa di tanta strage e di tanta rovina? Sai tu che ha fatto versare torrenti di sangue, che si è macchiata dei più orrendi delitti, che il suo nome è esecrato e maledetto da tutta Europa? Sai tu che la ferocia di quella donna infernale non ha risparmiato nè la grazia e la fralezza femminile facendo condannare al capo Luigia Sanfelice, nè l’ingegno e la dottrina facendo decapitare Cirillo e Mario Pagano; sai che lasciò morire sul patibolo un fanciullo Emanuele de Deo; che in Rossi, Conforti, Ciaia, Vincenzo Russo, Scoti, Logoteta, uccise la poesia, la storia, la politica; che disonorò per mezzo della sua turpe amica Emma Lyonna, lord Nelson, costringendolo a tradire i patti della capitolazione e ad impiccare Francesco Caracciolo? E a una tal femmina, a un tal mostro hai tu dato la tua parola d’onore, tu duca di Fagnano, tu che anche reputandoti un povero trovatello hai combattuto come un cavaliere?
— Ho giurato, padre mio! — rispose Riccardo con voce calma e fredda.