— Hai giurato, dunque, di divenire l’istrumento delle infamie di quella infernale creatura, di lasciarti travolgere nell’abisso de’ suoi delitti, tu, il cui animo generoso si ribellava al pensiero di arrecar danno alla figlia di colui che la natura mi diede per fratello e che fu il mio Giuda! No, no, non sarà mai! Non ti ho ritrovato per darti a quella femmina nefanda: non ti ho ritrovato per saperti l’istrumento di una sozza creatura! Meglio, meglio se ti sapessi con le armi in pugno contro di me, tuo padre, che imbragato negli intrighi di lei a danno di un povero popolo per lunghi anni corrotto da’ suoi vizi, smunto dalla sua ingordigia, svenato dai suoi carnefici.
— Ho giurato! — ripetè il giovane, scuro in viso, con accento d’inflessibile risoluzione.
— Ebbene sì, hai giurato... Voglio ammettere che per un cieco sentimento d’onore ti senta legato dal tuo giuramento. Ma chi eri tu quando giurasti? Un povero soldato di ventura, senza nome, misero, oscuro, perseguitato dalla legge, colpevole di un delitto di Stato che si espia con la morte. Ora tu sei figlio del duca di Fagnano, erede del suo nome, destinato a far rigermogliare l’albero di una delle più antiche e nobili famiglie del Regno. Può il duca di Fagnano tener conto del giuramento prestato dal capitano Riccardo, condottiero d’una banda di ribelli?
Parve al vecchio che un tale argomento fosse inconfutabile; il volto era tornato a sfavillargli di gioia, e accostatosi al giovane, con paterna bonomia tra l’imbronciato e il carezzevole gli mise la mano sul capo.
Il giovane si sottrasse a quella carezza continuando nel contegno severo e triste.
— Ho inteso dire — rispose poi con un amaro sorriso — che voi altri repubblicani perseguitate a morte certi frati che si dicono gesuiti, che fanno professione d’ipocrisia, e che fanno delle restrizioni mentali e degli arzigogoli curialeschi un istrumento della loro politica. Io nell’ascoltarvi testè mi domandavo se era un gesuita che voleva far di me un fedifrago, di me vissuto finora all’aperto sui monti con la carabina in pugno e il coltello al fianco, pronto a mostrare il petto al nemico e col petto il cuore franco e leale. Se son da un’ora duca di Fagnano, sono da trent’anni l’uomo che deve tutto a sè stesso, e pel quale il suo onore, la sua fede valgono ben più di una duchea.
— È vero, è vero! — mormorò il duca colpito al cuore da quelle parole. — Ma fu la fatalità che fece di te un abbandonato e che ti travolse nel turbine di questa orribile guerra.
Poi, comprendendo che il suo linguaggio era stato troppo aspro, e che lui infine non poteva avere sull’animo di quel giovane, che poco innanzi vedeva in esso il suo giudice, autorità di padre; che anzi parlandogli in nome del suo grado e della sua nascita vieppiù ne acuiva il rancore, riprese:
— Perdonami, perdonami se parlai a te di cose che non puoi comprendere; perdonami se volli infrangere le tue illusioni. Non sai che in quest’ora l’anima mia è corsa a ritroso di trent’anni, e il mio amore per te è divampato come se per trent’anni lo avessi portato nel cuore! Rinuncia al tuo progetto: ho troppo, troppo sofferto: fui troppo troppo solo dal giorno in cui lasciai questi luoghi. Quella donna... no no, non la oltraggerò più oltre per non ridestare il tuo corruccio... quella donna, quella regina, troverà altri servi, altri devoti. I cuori dei potenti dimenticano, e già ti avrà dimenticato. È tuo padre che ti supplica, è tua madre... tua madre intendi? che sa quanto io ho sofferto, che ti prega con me. Rinuncia al tuo progetto. Cosa farei io qui solo, solo, mentre da un’ora mi vo’ immergendo nel dolce sogno di vederti in alto, in alto col nome, col grado, col lustro che ti spettano?...
Anche gli occhi del giovane eran velati di lagrime, pure si teneva immobile, e, come chiaro appariva, incrollabile nella sua risoluzione.