— Padre mio — disse infine — il destino ha tracciato a ciascuno di noi la sua via. Troppo tardi ci ha ricongiunti e ci ha ricongiunti per infierire vieppiù su voi, per infierire vieppiù su me. È inutile ostinarci a mutarlo. Voi... sì, lasciate che vel dica... voi non riconoscereste in me vostro figlio se io, lusingato da un avvenire di onori, di grandezza, mi lasciassi indurre a spergiurare. Il vostro, io lo comprendo, è stato un bel sogno, ma fa duopo rinunciarvi: così vuole il mio ed il vostro destino.

— Ebbene — gridò il duca esasperato, nascondendo con la collera il suo dolore nel dover riconoscere che ben giusta e movente da un alto principio di dignità era la inflessibile risoluzione del figliuolo — ebbene, io ti impedirò di compiere il tuo disegno. Sono io qui il giudice supremo: ti farò ricondurre in carcere, duplicherò, triplicherò le guardie, e finchè non ti piegherai al mio volere ti terrò prigioniero come il più vile dei malfattori.

— Fate, signor duca — rispose freddamente Riccardo inchinandosi dinanzi al suo giudice.

Il duca di Fagnano si diresse verso la porta: ivi giunto sostò e con le labbra tremanti, con gli occhi supplichevoli si rivolse al figliuolo. Il giovane non pareva punto esitante o commosso. Con le braccia conserte, il contegno severo e tranquillo aspettava.

Il duca comprese che sarebbe stato inutile lo insistere. Con un impeto di sdegno aprì la porta e gridò:

— Il sergente di guardia!

Il vecchio sergente si fece innanzi e si piantò, e dietro a lui si tenevano immobili alcuni soldati armati di fucili.

— Riconducete il prigioniero nel suo carcere — ordinò il duca con voce d’ira e d’angoscia.

Riccardo fece un passo innanzi, ma retrocedette allorchè vide che il sergente si apprestava a mettergli i ferri.

— Il capitano, mio camerata — disse il sergente — mi ha inflitto dieci giorni di carcere duro per aver trasgredito alla consegna. Bisogna dunque rassegnarsi... Posso solo permettere di non stringere troppo forte...