— Ho temuto per lui: impetuoso com’è, avrebbe proclamato il suo diritto impegnando una lotta contro l’usurpatore dei beni e dei titoli che a lui spettavano. Attendevo che si facesse uno stato, che acquistasse amici e aderenti per fornirgli il documento che comprovava il suo diritto.
— E tu — chiese lei che era divenuta pensosa — come avesti un tal documento?
— Come l’ebbi? Le vedi queste due dita? Con queste due dita strinsi così il collo a quel parroco porco che aveva fatto sparire l’atto del matrimonio tra il duca e la baronessa, celebrato di nascosto e a cui testimoniammo io e Carmine, un mio vecchio amico, che il parroco, pur avendolo negato al padre di quella povera signora, al quale anzi disse che non aveva celebrato matrimonio alcuno non potè fare altrettanto con me... Gli strinsi dunque così il collo che quando ebbe un palmo di lingua di fuori trasse dalla tasca una carta tutta gualcita e me la porse. Era appunto l’atto matrimoniale.
— E lo tenesti occulto per trent’anni?
— Non ne parlavo neanche a me stesso, tanto temevo per la vita di Riccardo se un tal segreto si fosse propalato. Pure... avevo fatto un disegno... Ora posso dirlo: e poi so che vuol bene a capitan Riccardo quasi quanto gliene voglio io. Non ti sei offerta spontaneamente per tentar di farlo evadere?
— Dimmi dunque il tuo disegno.
— Sappi che capitan Riccardo ama una donna.
— La Regina! — esclamò lei mordendosi le labbra.
Pietro il Toro alzò le spalle.
— Ma che, ma che! La Regina forse... sai che le regine hanno il diritto di comandare... la Regina forse gli ha comandato di... volerle bene e lui ha ubbidito. Si tratta di ben altro, di un amore che porta nell’anima fin da quando era fanciullo.