— È lui, è lui.... Avviciniamoci.
— Immagino la fregola di quell’imbecille! — disse Pietro il Toro soffocando uno scoppio di riso.
Si erano avvicinati presso alle mura: un’ombra nera si teneva immobile nel vano di una porta. Si udì un sibilo sottile; poi come i due vieppiù si appressarono, una voce sommessa disse:
— Siete voi?
— Sì, noi — rispose Vittoria.
— Entrate, ma non fate rumore. Ho fatto portar del vino ai soldati, permettendo loro di sdraiarsi sul tavolaccio.
Pietro il Toro e Vittoria erano entrati nel buio di una delle tante stanze del castello che si aprivano sullo spiazzo.
— Ho durato una fatica del diavolo — disse il sergente — per aprir questa porta, chiusa da chi sa quanti anni. Mi dispiace non potervi offrire alloggio migliore. Troverete là in fondo un tavolaccio.
— A me non occorre altro — disse, anzi gemette Pietro il Toro. — Non ne posso più... non mi reggo in piedi... Credo sia giunta l’ultima mia ora... Figlia mia, sorreggimi e.... e ringrazia per me questo buon giovane che è per noi una vera provvidenza.
Si era lasciato cadere sul tavolaccio emettendo un sospiro di sollievo. Il sergente intanto aveva preso pel braccio la giovane donna e le si era chinato all’orecchio susurrando: