Era vero dunque, era vero? Lui il figlio legittimo del duca di Fagnano, lui che per tanti anni si era tenuto ed era stato tenuto in conto di un diseredato della fortuna, l’unico rampollo di una famiglia che si era usi a considerare come la più potente dopo quella del Re? E quei trenta anni di stenti, di miseria, di vergogna, di umiliazioni, e quei trenta anni nei quali aveva creduto che non avesse diritto neanche all’aria che respirava, neanche all’acqua che gli offriva la fonte! Quante volte i guardiani delle sue terre lo avevano scacciato dai boschi, dai suoi boschi, in cui tendeva insidie agli uccelli! Quante volte lui, magro, sparuto, lacero nelle vesti, aveva invidiato la sorte del più umile servo di quel castello! Ed era lui il padrone, lui il signore legittimo!

Legittimo? E qui un dubbio gli strinse il cuore.

Se, pure essendo il figlio naturale del duca di Fagnano, questi lo avesse proclamato legittimo solo per arrecare un danno al fratello, e quindi a quella creatura che nella sua vita fortunosa era stata l’unica sua religione? Chi, che cosa comprovava la sua legittimità? Però ben comprendeva che era nel suo diritto il duca a proclamarlo erede, come era nel suo diritto di dichiararlo per figliuol suo agli occhi del mondo. Ma che sarebbe avvenuto di Alma se con un atto pubblico il padre fosse dichiarato un usurpatore dei titoli e dei beni del fratello? Quale abisso immensurabile una tale dichiarazione non avrebbe scavato tra lui e lei? Ed egli, che esser ne doveva la rovina, egli che l’avrebbe scacciata dal castello, che le avrebbe strappato il titolo, che l’avrebbe condannata a vivere non più come un’amica ma come una serva della Regina, egli l’aveva adorata, l’adorava come la sola e pura divinità della sua vita!

Questo, questo sarebbe stato l’effetto di un legale riconoscimento de’ suoi diritti. La sua vita, che aveva già a sè dinanzi tracciata una via, quantunque incerto fosse ove avrebbe potuto condurlo, sarebbe stata distrutta a mezzo del cammino! Quel che aveva ottenuto, la fama, sia pure non del tutto limpida, che aveva conquistato in quella guerra; le sue speranze, le sue ambizioni, quel che l’avvenire gl’imprometteva, dovuto tutto tutto al suo valore, alla sua fortuna, sarebbe stato troncato così di un tratto; e quando già in lui la giovinezza era per tramontare, avrebbe dovuto imprendere un nuovo cammino, rifarsi una personalità nuova, della quale, qualunque fosse, non avrebbe avuto merito alcuno. Che sarebbe divenuto lui, il famoso guerrigliero, lui, il campione della regale legittimità, lui che al par del più umile de’ suoi compagni vantar poteva i meriti stessi od esser reo delle stesse colpe, se lo si riconosceva per figlio legittimo di un rivoluzionario, di un amico, anzi di un complice di coloro che avevano decapitato il re Luigi XVI, che avevano decapitato Maria Antonietta?

Maria Antonietta! La sorella cioè di Colei che poteva dire la sua amante; della donna che scendendo dal trono regale gli si era data senza chiedere chi ei fosse, donde lui venisse; della Regina figlia d’imperatori che lo aveva fatto giurare di accorrere in di lei aiuto! Poteva egli apportare tanta rovina a coloro che amava, ad Alma, sua religione, suo culto, suo pensiero costante; alla Regina alla quale se non dall’amore, era legato dalla riconoscenza? Poteva, essendo mostruoso, se accettasse di essere riconosciuto per figlio legittimo dal Commissario civile, continuare a combattere contro suo padre, volgere le armi contro i suoi compagni di tante lotte, di tanti pericoli?

Ed anche accettando l’offerta di suo padre che gli avrebbe ottenuto un grado negli eserciti dell’Imperatore, che si sarebbe detto di lui? Di quali calunnie non l’avrebbero fatto segno! Come infamato sarebbe stato il suo nome! Egli già in quella guerra, di briganti per alcuni, di campioni della patria indipendenza per altri, aveva mantenuto integra la sua fama, non solo di valoroso fra i valorosi, ma anche di onesto uomo, pur non essendo che un povero trovatello: poteva per un titolo, poteva per conseguire un alto grado sociale macchiarsi di una infamia, chè infamia reputava l’abbandonar gli antichi compagni e il venir meno alla fede giurata alla Regina?

Come sarebbe uscito da tal ginepraio?

E pensava anche con uno stringimento di cuore a suo padre, a quel vecchio che gli aveva parlato così umile e supplichevole; che dopo trent’anni ritrovando lui, suo figlio, aveva per poco creduto che Dio avesse avuto pietà del suo dolore. Quantunque non sapesse che in confuso gli avvenimenti che avevan costretto suo padre a fuggire in Francia, pure intuiva che ben misera era stata la vita che in Francia aveva vissuta quel perseguitato dagli uomini e dalla fortuna. Certo il suo cuore non poteva ridestarsi di botto all’amor filiale: quel vecchio che si diceva suo padre era pur sempre un estraneo per lui; non per tanto comprendeva pur troppo che se la gioia nel ritrovar suo figlio era stata grande, ben crudele esser ne doveva il dolore se avesse dovuto distaccarsene di nuovo onde ei seguisse la sua sorte. Comprendeva quale tormento era per suo padre il saperlo prigioniero, quale preoccupazione nel saperlo inflessibile nel suo dovere e nella fede giurata, e pensava a lui con uno stringimento di cuore, certo che in quell’ora istessa anche nell’anima di quel vecchio turbinavano mille angosciosi sentimenti.

E un altro pensiero, pio, gentile, malinconico, a poco a poco si era fatto strada nel cuore di Riccardo. Se suo padre, mentre lui cresceva solitario e abbandonato, era da lui lontano, la povera creatura morta nel darlo alla luce giaceva a lui vicino in una fossa della chiesetta parrocchiale. Quante volte era entrato in quella chiesa, quante volte si era inginocchiato sulla lapide di quella fossa! E sua madre era là, sotto i suoi ginocchi, mentre egli credeva ancor viva e forse felice e spensierata; sua madre era là, da lui uccisa sul nascere, e uccisa dai dolori che le aveva dato l’amore, del quale egli era l’unico frutto! E perchè Carmine non gliel’aveva detto? perchè non gli aveva additato quella tomba su cui avrebbe potuto pregare, a cui avrebbe potuto chieder conforto e consiglio nelle ardue vicende della sua vita? Ah, se anche per poco avesse potuto riacquistare la libertà, sia pure per un solo istante, sarebbe andato a pregare sulla tomba di sua madre per chiederle perdono se nelle tristezze della sua vita aveva pensato a lei con un sentimento di disdegno; avrebbe, curvo sulla fossa, teso l’orecchio per sentir la sua voce che gli avrebbe additato la via da seguire.

Perocchè non era la morte che aspettava ormai, ben comprendendo che suo padre lo avrebbe salvato: la morte lo assolverebbe di ogni suo dovere, la morte sarebbe stata una fine degna della sua vita fortunosa. Nei giorni in cui aveva vissuto aspettando di esser condotto all’estremo supplizzio, con animo tranquillo aveva fatto il conto con se stesso, e un tal conto gli diceva che non aveva vissuto indarno. Poteva considerar la sua vita come una lunga via interrotta da un abisso, nel quale era precipitato: di là vi eran forse la fortuna, l’amore, un alto grado, la gloria; ma poichè tale era stato il suo destino, sprofondava tranquillo nell’abisso, pago di poter dire a sè stesso di aver vissuto nel piacere, nella fama con tutta l’energia della sua giovinezza. Era stato amato da una Regina, e aveva amato un fantasima; dall’umile gleba in cui aveva razzolato fanciullo era assurto fino al piè di un trono; abbandonato e derelitto; una Regina lo aveva richiesto d’aiuto, una Regina doveva a lui la salvezza e lo aveva eletto a suo confidente.